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Londra, Edimburgo, Dublino: i tanti volti della Brexit

19 giugno 2017: una data tanto simbolica – per l’inizio dei negoziati dopo il voto sulla Brexit – quanto lontana dalla realpolitik di questi mesi. Ci si trova oggi attanagliati fra il rischio di un No-Deal”, paventato dai più estremi sostenitori dell’uscita dal sistema-Europa, ed i timori della popolazione, ‘rea’ di aver portato il Paese sull’orlo di uno dei cambiamenti più epocali della propria storia.

La notizia della chiusura del Parlamento britannico, richiesta da Boris Johnson il 28 agosto scorso e, per prassi, accordata dalla Regina Elisabetta II, aveva scatenato i malumori fra la popolazione: si rischiava, infatti, una pericolosa deriva istituzionale che avrebbe reso ancor più tortuoso il percorso verso il 31 ottobre, prossima deadline per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La mossa, considerata “antidemocratica” dalle opposizioni, ed il conseguente allargamento della forbice tra Governo e Parlamento, hanno rappresentato l’apice della battaglia personale intrapresa da Boris Johnson nei confronti delle due Camere: chiudere per 5 settimane il Parlamento (riapertura prevista il prossimo 14 ottobre) equivale, stando almeno alle parole dei rappresentanti della House of Commons, ad un colpo di Stato, perpetrato al fine di impedire alle Camere di svolgere il proprio dovere, in vista dell’imminente scadenza proveniente da Bruxelles.

Come riporta il Corriere della Sera, secondo fonti di Downing Street il premier Johnson avrebbe invece optato per questa soluzione al fine di controllare il clima di tensione venutosi a creare nel Paese, attuando una sorta di “piano B” rientrante di pieno diritto nelle proprie funzioni, con il consenso della Regina. Il ruolo di quest’ultima nella questione è però saltato all’occhio dei più attenti osservatori della Corona, ritenendo la linea adottata da Buckingham Palace troppo “lassista” verso la situazione Brexit. Tali voci sono state prontamente smentite dalla Regina stessa, la quale, nell’ultimo giorno utile prima della chiusura delle attività parlamentari, ha firmato la “legge anti No-Deal”, che si oppone a qualsiasi uscita dall’Europa senza accordi. Tale azione politica impedirà al premier Johnson, alla ripresa dei lavori, di procrastinare sulla posizione No-deal adottata in questi mesi.

I riflettori mediatici puntati su Londra e sulle vicissitudini interne al numero 10 di Downing Street, però, hanno marginalizzato il resto della nazione, dove continuano lo scetticismo e le proteste per rimanere all’interno dell’Unione e poter garantire la stabilità non solo degli scenari internazionali, ma anche dell’equilibrio interno al Regno Unito, mai come ora minato da squilibri di potere.

Negli ultimi giorni la disputa si è spostata in territorio scozzese, dove la Corte di Edimburgo ha etichettato la chiusura del Parlamento britannico come illegittima, accusando il Premier di aver “ingannato” la Regina al fine di procedere tranquillamente verso il No-Deal. Tali accuse sono state prontamente smentite dal Primo ministro. La Scozia, da anni protagonista di scontri politici con il governo britannico, pare porsi come primo partner “pro-Europe” sull’isola.

The Press and Journal, testata giornalistica fra le più diffuse in territorio scozzese, ha dedicato un’intera sezione del proprio sito web alla questione Brexit, con aggiornamenti quotidiani circa lo stato d’avanzamento delle trattative ed i futuri scenari all’orizzonte. Alla luce dello storico antagonismo fra Inghilterra e Scozia, che sono lontane da una soluzione ai dissidi relativi all’indipendentismo scozzese, sembra naturale che la posizione ‘catastrofista’ relativa ad un “No-Deal” riecheggi tra le righe del quotidiano. Nella sezione “Scotland”, la linea dura del governo Johnson viene descritta come un ostacolo per la crescita della nazione. Viene citato l’ex-primo ministro Gordon Brown, il quale sostiene che il “No-Deal” potrebbe essere “devastante per cibo e medicinali”. Il rischio, secondo le parole di Brown, sarebbe quello di un blocco delle forniture, con ovvie conseguenze negative per la popolazioni e tensioni crescenti; per questo, il politico laburista ha formalmente richiesto al primo ministro Johnson di comunicare alle Camere i reali rischi di un’uscita dall’Europa senza accordi.

Come riporta  sempre The Press and Journal, ad alimentare la tensione ci sono anche le condanne, da parte del Premier britannico, nei confronti dei sostenitori dell’indipendenza scozzese, accusati di alimentare un sentimento intestino di odio che risulta dannoso in uno scenario già di per sé complesso. Il partito di governo scozzese, lo Scottish National Party (SNP), forte del risultato positivo delle scorse elezioni europee, cercherà di alimentare la richiesta per un nuovo referendum per l’indipendenza. L’obiettivo è “fare opposizione alla Brexit esercitando il diritto di decidere autonomamente il proprio destino”, come riferito dalla deputata del SNP Kirsty Blackman.

L’ostilità nei confronti di un “No-Deal” sembra attraversare anche i corridoi dei palazzi del potere di Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord: il Belfast Telegraph riporta un documento governativo considerato top secret che aumenta il timore di gravi conseguenze per la vita dei pazienti degli ospedali nel paese. Il Dipartimento per la Salute avrebbe stilato una sorta di elenco di “rischi” derivanti da un’uscita senza accordo, come ad esempio una carenza di medicinali, vaccini e medicazioni nei pronti soccorsi del Paese.

L’area irlandese rimane ad altissima tensione. I 300 km di confine che separano Irlanda del Nord e Irlanda sono un punto cruciale del programma per la Brexit: come segnalato a pagina 585 del contratto fra Bruxelles e Londra sottoscritto da Theresa May, il confine è visto come un “hard border”, un confine duro’, che tiene banco nelle trattative in corso in questi giorni. Ne parla diffusamente The Irish Times, quotidiano di Dublino.

L’ipotesi è quella di un Halloween terrificante: con l’uscita dall’Europa senza accordi, la riapertura della questione irlandese rimetterebbe in discussione quel “Good Friday Agreement” che ad oggi permette ai cittadini dei rispettivi paesi di attraversare il confine senza difficoltà. Il ripristino di checkpoint posti al confine da parte della polizia nordirlandese, ad esempio, rappresenterebbe un pericolosissimo ritorno al passato, minando la stabilità di un’area che è stata  per anni al centro dell’attenzione di Londra.

Proprio in questi giorni si è svolto a tal proposito un incontro fra il premier Johnson, per l’occasione volato a Dublino, e il Taoiseach (Primo ministro irlandese) Leo Varadkar. Durante il meeting istituzionale, definito da note ufficiali come “costruttivo”, i due omologhi si sono confrontati circa la necessità di trovare un accordo entro il prossimo 31 ottobre, mentre le rispettive delegazioni, impegnate nei negoziati, hanno lavorato sui nodi più importanti. Fondamentale in questa disputa il ruolo di Bruxelles, mediatore di primo piano e punto di congiunzione fra Regno Unito, Irlanda ed Europa. Al momento, rimangono distanze importanti, che sarà necessario sanare da qui ad un mese.

La situazione sembra quindi essere sempre più complessa per Boris Johnson. Parafrasando il titolo di un articolo del corrispondente politico dell’Herald Scotland Alistair Grant, “The House of cards begins to collapse”, il castello di carte inizia a crollare. L’appello alla Corte Suprema britannica da parte del Governo a seguito della sentenza della Corte scozzese sarà sfida per l’esecutivo, che è stato accusato di aver ‘secretato’ tutte le carte inerenti alla decisione di sospendere le attività parlamentari. I documenti relativi alla “Operation Yellowhammer”, per una uscita senza accordi, sono solo l’ultimo passo di una battaglia che si preannuncia serrata.

All’orizzonte, il portone di uscita sul cui ciglio ogni decisione potrebbe rappresentare un nuovo, fondamentale capitolo della storia e del Regno Unito e dell’Europa intera.

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