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Pakistan: il popolo in rivolta

A un anno esatto dalle elezioni che hanno portato al potere l’attuale primo ministro Imran Khan e il suo partito, il Tehreek-e-Insaf (PTI), in migliaia hanno conquistato le strade delle maggiori città del paese per protestare contro l’operato dell’esecutivo.

Dietro le quinte delle manifestazioni si trovano i principali partiti d’opposizione, tra cui spiccano il Muslim League-Nawaz (PML-N) e il Jamiat Ulema-e-Islam-Fazl (JUI-F). A tal proposito il 25 luglio, giorno in cui sono scoppiate le proteste, è stato ribattezzato ‘Black Day’. Bilawal Bhutto Zardari, figlio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e dell’ex presidente Asif Ali Zardari, ha dichiarato: “Oggi è il giorno più nero nella storia del Pakistan. Perché non solo il Parlamento, ma la democrazia stessa è minacciata. Perché non solo i politici, ma la politica stessa è minacciata. Perché non solo i media, ma la stessa libertà dei media è minacciata nel nostro paese”. 

Sebbene poco più di un anno fa l’ex campione di cricket avesse incentrato la sua campagna populista sulla lotta alla corruzione e al nepotismo, l’opposizione sostiene che il primo ministro abbia piegato il sistema giudiziario alle proprie esigenze politiche, procedendo in questo modo all’eliminazione dei rivali e di qualunque personalità dimostratasi critica nei suoi confronti. “Abbiamo dovuto trasformare tutte le istituzioni, in passato distrutte da ladri con il solo obiettivo di saccheggiare il Pakistan” ha ribadito Khan durante un incontro a Washington lo scorso 22 luglio. 

Nell’ultimo anno, diverse personalità dell’élite dell’opposizione sono entrate nel mirino del National Accountability Bureau, agenzia federale del Governo pakistano incaricata di prevenire e combattere la corruzione nel paese: secondo l’esecutivo, tali azioni di controllo sarebbero state intraprese per il bene dello stato, mentre – secondo l’opposizione – agevolerebbero solamente il partito al potere. 

Tra i numerosi indagati, un nome su tutti spicca nell’elenco delle personalità sotto esame:  Maryam Nawaz, figlia dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, che nel 2017 fu costretto ad abbandonare il suo incarico in seguito alla decisione della Corte Suprema per un affare di corruzione. All’inizio del mese di luglio il suo partito, il  PML-N, ha reso pubbliche alcune prove che dimostrano che il giudice responsabile della sentenza sarebbe stato ricattato. La stessa Maryam Nawaz è stata in seguito condannata per corruzione in un processo connesso, ma tale sentenza è stata in seguito sospesa in attesa dell’esito del ricorso.

All’inizio del mese di giugno, il capo del Pakistan People Party ed ex-presidente Asif Ali Zardari è stato, invece, arrestato con l’accusa di riciclaggio di denaro. L’accusa è quella di conti bancari fasulli per occultare il trasferimento di tangenti. Nonostante il controverso leader politico sia stato più volte accusato e condannato per corruzione, in molti sostengono che la sua condanna faccia parte di un più ampio piano di epurazione politica

Lo scorso 18 luglio, infine, anche l’ex primo ministro Shahid Khaqan Abbasi è stato arrestato dal corpo nazionale anticorruzione con l’accusa di aver favorito un’impresa della quale era azionista nel contratto per la costruzione di una centrale elettrica.

Oltre a quanto detto, l’opposizione accusa Khan anche di non essere in grado di fronteggiare la crisi economica che il paese sta attraversando. Nell’ultimo anno, il Pakistan ha, infatti, dovuto fare i conti con l’aumento dei prezzi del carburante e dei generi di prima necessità a causa della forte inflazione che sta investendo il paese (la moneta ha perso un quarto del suo valore), che peraltro non ha corrisposto a un altrettanto sostanziale aumento delle esportazioni. Nel mese di luglio, il tasso di inflazione annuale è passato da 8,9% del mese precedente ad un preoccupante 10,3%. Si tratta del tasso più elevato da novembre 2013.

Imran Khan, dal canto suo, incolpa i precedenti governi della situazione economica attuale, rei di un’errata gestione delle finanze pubbliche. Inoltre, l’élite economica e politica dei precedenti governi sarebbe ritenuta colpevole di aver trasferito all’estero ingenti quantità di denaro, fondi destinabili all’istruzione, allo sviluppo e alla sanità, privando così il paese di risorse importanti. Sebbene sia vero che all’arrivo al potere di Imran Khan la possibilità di una crisi economica si profilava all’orizzonte, la situazione è ben peggiorata da allora. Nell’ultimo mese, il Fondo Monetario Internazionale ha accordato un ulteriore prestito di €5,2 miliardi, a condizione della messa in atto di un programma di austerità, che prevede misure come l’aumento delle imposte fiscali e tagli alle sovvenzioni.

Il 13 luglio numerosi uomini d’affari hanno deciso di tenere chiusa la propria attività in segno di protesta contro le misure, che potrebbero ostacolare i consumi e quindi le vendite.  Sebbene il Governo abbia preso alcuni provvedimenti al fine di far scendere il rapporto deficit/PIL al di sotto del 12%, come ad esempio la decisione di tassare l’importazione di prodotti di lusso, quello che si registra tra i commercianti è un generale sentimento di malcontento e di ‘resistenza fiscale’

Nonostante alcune proteste siano state riprese dai principali canali televisivi nazionali, gran parte degli eventi organizzati dall’opposizione sono stati oggetto di censura.  All’inizio del mese di luglio, infatti, il Governo ha emanato un provvedimento che proibisce la copertura mediatica di eventi di personalità politiche sotto investigazione. Secondo la Pakistan Broadcaster’s Association, sono tre i canali a essere stati bloccati per aver trasmesso la conferenza stampa di Maryam Nawaz: Channel 24, Abbtak News, e Capital TV. Proprio durante questa conferenza, Nawaz ha reso pubblico il video in cui il giudice che aveva condannato suo padre ammette di essere stato ricattato. Diversi attivisti per i diritti umani hanno accusato l’esecutivo  di promuovere una spudorata censura non solo verso i membri dell’opposizione, ma anche di chiunque faccia prova di un pensiero critico nei confronti del Governo. “Si tratta di una violazione assolutamente inaccettabile dei principi di pluralismo e indipendenza dei media”, aveva dichiarato Daniel Bastard, a capo della sezione Asia-Pacifico di Reporters Without Borders. “Questa rivelazione era chiaramente nell’interesse pubblico del Pakistan”. 

Una vicenda analoga riguarda il celebre conduttore televisivo Hamid Mir, la  cui intervista ad Asif Ali Zardari è stata trasmessa solamente per qualche minuto. Qualche giorno dopo l’accaduto, l’esecutivo ha reso pubblico un provvedimento secondo il quale personalità politiche sotto accusa non possono rilasciare conferenze stampa o interviste. Mir ha in seguito dichiarato su Twitter di “non vivere più in un paese libero”. La richiesta di libertà di espressione e della tutela dei diritti dei giornalisti è stato, quindi, uno dei capisaldi delle recenti proteste. Attualmente, il Pakistan è il 142° paese su 180 per libertà di stampa nell’apposito indice di Reporters Without Borders.
Tali accuse contrastano con l’immagine che l’esecutivo Khan ha tentato di costruire a livello internazionale, specialmente in merito alle relazioni con India, Stati Uniti e Afghanistan. Sebbene il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si sia complimentato con il primo ministro per il ruolo da mediatore nelle trattative con i talebani afghani, Nawaz ha accusato il primo ministro di essersi volontariamente piegato alla dittatura della super-potenza americana.