Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



L’Ucraina torna al voto: Zelenskij vince ancora

Domenica 21 luglio, a tre mesi esatti dal secondo turno delle presidenziali, l’Ucraina si è recata ancora alle urne, questa volta per rinnovare il Parlamento. Previste per la fine di ottobre, ma anticipate tramite decreto presidenziale, queste elezioni politiche hanno segnato la seconda vittoria elettorale del neo-presidente Volodymyr Zelenskij e del suo partito Sluha narodu (‘Servo del popolo’).

Forte dell’ampio consenso ottenuto in aprile, Zelenskij ha preferito non aspettare il 27 ottobre per procedere alle votazioni parlamentari. Attendere ottobre, difatti, avrebbe significato trascorrere i primi mesi del suo mandato con un’assemblea parlamentare in mano alla maggioranza del presidente uscente, Petro Porošenko. Questa ipotesi di ‘coabitazione’, tipica dei sistemi semipresidenziali, avrebbe comportato per il neo-eletto un rischio concreto di perdita di consensi. Invece, con una data posta a così breve distanza, la scelta di Zelenskij si è rivelata strategica, avendo ottenuto un risultato ben al di sopra delle aspettative. Ad oggi, ‘Servo del popolo’ può contare su una maggioranza di 253 seggi sui 450 della Verkhovna Rada, l’assemblea monocamerale ucraina (in realtà 424, non potendosi considerare i 26 collegi uninominali delle aree separatiste del Donbass).

A rafforzare il successo del partito presidenziale è l’ampio distacco che lo separa dalle altre forze politiche. Soltanto altri quattro partiti sono riusciti a superare la soglia del 5% ed entrare in parlamento; il primo tra questi per numero di voti ha ottenuto il 13% dei consensi, di fronte al 43% di Servo del popolo. Si tratta di Opozycijna platforma – Za Žyttja (‘Piattaforma di opposizione – Per la vita’), secondo arrivato di questa tornata elettorale. Comunemente considerato come filorusso e guidato da Viktor Medvedčuk, il partito ha ottenuto in totale 103 seggi. Non a poca distanza, con un consenso circa dell’8% e con 24 seggi ciascuno, si trovano i due grandi sconfitti di queste elezioni: Petro Porošenko e Julija Tymošenko. L’ex-presidente e il suo partito, Evropejs’ka Solidarnist (‘Solidarietà Europea’), già pesantemente sconfitti alle presidenziali, passano così da essere forza di governo a partito di opposizione. Da parte sua, Tymošenko, alla guida di Bat’kyvščyna (‘Patria’), che già arrivava dal 5% delle politiche del 2014, sembra rimanere confinata a un ruolo politico marginale. Infine, ottenendo il 5,84% e 20 seggi, fa il suo ingresso nell’assemblea anche Svjatoslav Vakarčuk, cantante di una popolare band ucraina, a capo del nuovo partito Holos (‘Voce’). Rimangono fuori dall’aula diversi altri partiti e personaggi più o meno noti, tra cui la coalizione dell’estrema destra Svoboda – Pravij Sektor – Natskorpus, fermatasi al 2,6%.

Questo nuovo Parlamento consegna dunque a Zelenskij una maggioranza assoluta, che gli permette di non dover cercare per ora alcuna alleanza con altri partiti. Solo nel momento in cui vorrà procedere a una riforma della Costituzione, la nuova maggioranza dovrà cercare degli appoggi esterni per raggiungere i 2/3 dei seggi richiesti – che troverà molto probabilmente tra le fila di ‘Voce’ e quelle di ‘Patria’. E la possibilità di un progetto di riforma costituzionale non sembra certo così astratta, se si pensa al progetto politico alla base del successo di ‘Servo del popolo’. I punti principali potrebbero essere ridotti a due: rinnovamento del sistema politico e lotta alla corruzione. In particolare, si è finora parlato di abolizione dell’immunità parlamentare, di riforma del sistema elettorale (una proposta sull’abbassamento della soglia di sbarramento al 3% è già stata avanzata, ma invano) e di una legge per l’impeachment del presidente. Sul fronte della politica interna, di fronte a un elettorato deluso e frustrato, il progetto di Zelenskij si fonda su una promessa di novità, integrità morale e di una netta cesura rispetto a un passato di corruzione e malapolitica.

Al di là di questa ambiziosa promessa di rinnovamento interno, sarà interessante osservare come l’Ucraina di Zelenskij si posizionerà rispetto alle due grandi questioni di politica estera: il conflitto con i separatisti del Donbass e i rapporti con l’Unione Europea. Sul fronte del conflitto in Donbass, Zelenskij ha più volte promesso la pace, e in piena campagna elettorale, circa un mese fa, si è rivolto direttamente a Putin in un videomessaggio su Facebook,  dicendosi  disposto a negoziare direttamente con il presidente russo. Una rapida soluzione del conflitto ad oggi appare inverosimile. Sembra tuttavia probabile che un nuovo ciclo di negoziazioni prenderà il via nei prossimi mesi, reiterando lo schema degli accordi di Minsk del 2015.

Per ciò che invece riguarda i rapporti con l’Unione Europea e, conseguentemente, quelli con la Russia, Zelenskij si è più volte detto fermamente convinto che la via da seguire sia l’integrazione verso occidente. In un’intervista del 18 giugno scorso per il giornale tedesco Bild, il neo-presidente ha affermato: “Ukraine is already a part of the European family. Ukraine seeks for European integration as the major demand of our people”, rassicurando anche i membri dell’alleanza atlantica sull’affidabilità dell’Ucraina come partner esterno della NATO e sugli sforzi che saranno fatti per entrare nell’alleanza. Le stesse posizioni sono state confermate in sede ufficiale durante la conferenza stampa a seguito del 21° summit Ucraina-UE, tenutosi l’8 luglio a Kiev.

Se da un lato, dunque, l’apertura verso l’Europa appare ben chiara, dall’altro la volontà di negoziare direttamente con la Russia sul Donbass potrebbe essere intesa come una apertura verso est. Appare inoltre ragionevole pensare che di questa ambiguità approfitteranno le opposizioni dei due opposti schieramenti (filorussi ed europeisti), per attaccare presidente e governo dai due lati.

Al di là delle speculazioni politiche, ciò di cui oggi si può essere più certi è che queste elezioni hanno segnato la fine di una campagna elettorale logorante, che ha monopolizzato la scena politica e mediatica per quasi un anno. Se questo sarà anche l’inizio di un nuovo capitolo per la politica ucraina – dopo i cinque anni delle piazze dell’Euromaidan e del declino di Porošenko -, ancora non ci è dato sapere. Per ora, non si può che guardare ai primi segnali di cambiamento e al prossimo 24 agosto, anniversario dell’indipendenza del paese: su decisione di Zelenskij, la tradizionale parata militare non si terrà e i soldi non utilizzati andranno alle forze armate. Lo stesso giorno, sarà probabilmente fissata la data della prima convocazione della neo-eletta assemblea. Di lì in avanti, si potrà osservare se le promesse di Zelenskij saranno mantenute.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *