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BREVE STORIA DI UN ODIO ANTICO

Sanzioni, terrorismo, diplomazia, petrolio e minaccia nucleare. Questi sono gli ingredienti che hanno costituito il controverso ed intricato rapporto fra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America. Questo speciale si pone l’obiettivo di analizzare la timeline del rapporto fra questi due attori chiave nel panorama diplomatico e geopolitico internazionale, nonché i momenti topici che lo hanno costellato, a partire dalla stipula del Trattato JCPOA, nel 2015, sino ad arrivare ai fatti più recenti di fine giugno 2019.

I fatti di cronaca concernenti l’Iran, almeno per quanto riguarda l’ultimo quinquennio, possono essere fatti dipendere e risalire ad un momento storico ben preciso, che ha segnato, o almeno avrebbe dovuto segnare, una svolta pressoché definitiva nei rapporti politici, diplomatici ed economici fra la Repubblica degli Ayatollah e l’Occidente: il Trattato JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action). La stipula di tale trattato, anche noto come Trattato P5+1 per Iran, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Repubblica Popolare Cinese, Germania ed Unione Europea, è avvenuta il 14 luglio 2015, a Vienna.

Sulla base di questo accordo, frutto di 20 mesi di negoziazione e preceduto da un accordo provvisorio firmato nel novembre 2013 dalle medesime Parti contraenti, l’Iran ha acconsentito ad eliminare le proprie riserve di uranio a medio arricchimento, a tagliare del 98% quelle a basso arricchimento e di ridurre di circa due terzi le centrifughe a gas per i prossimi 10 anni, portandole dalle 19.000 prima dell’accordo a 6.104 (di queste, solo 5.060 sono adibite ad arricchire l’uranio). Almeno fino al 2030, l’Iran ha accettato di non arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67%; inoltre, esso ha concordato di non costruire alcun nuovo reattore nucleare ad acqua pesante per lo stesso periodo. Teheran ha poi acconsentito a non arricchire l’uranio nella propria installazione sotterranea a Fordow, scoperta dall’intelligence occidentale pochi anni fa, per almeno 15 anni. La centrale di Fordow sarà quindi convertita e adibita a centro nucleare, fisico, tecnologico e di ricerca, esclusivamente per fini pacifici. Le attività di arricchimento dell’uranio dovranno essere limitate all’impianto di Natanz, nella provincia di Isfahan, utilizzando esclusivamente centrifughe IR-1 di prima generazione, poiché quelle più sofisticate verranno rimosse, oppure non usate per almeno 10 anni. Infine, altri impianti saranno convertiti per evitare il rischio di proliferazione nucleare.

Le Parti hanno poi stabilito che, per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo, nonché i parametri di Losanna, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrà regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani, senza necessità di alcun tipo di preavviso. D’altro canto, l’accordo prevede che, in cambio del rispetto degli impegni contratti, l’Iran otterrà la cessazione di tutte le sanzioni economiche imposte dagli USA, dall’Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, emanate con la risoluzione 1747/2007 a causa del proprio programma nucleare. Nella fattispecie, la risoluzione 1747 fu adottata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza il 24 marzo 2007, come riconferma e implementazione di una precedente risoluzione sanzionatoria (1737/2006). 

Essa imperava quanto segue: l’Iran deve dare seguito alle richieste dell’AIEA; Teheran sarà posto sotto embargo internazionale per quanto riguarda il commercio diretto ed indiretto di armi, navi da guerra, aerei e materiali necessari per l’uso bellico; gli Stati devono limitare notevolmente le loro forniture di mezzi militari all’Iran, per tali intendendosi carri armati, navi da guerra, aerei, elicotteri, mezzi corazzati e missili; le Nazioni tutte e le loro imprese pubbliche e private devono negare all’Iran aiuti in campo logistico per l’accumulo di armamenti, astenersi dal contribuire alle truppe iraniane, non fornire assistenza tecnica e cessare assistenza finanziaria, investimenti e brokering nell’industria bellica iraniana; gli Stati e le istituzioni finanziarie internazionali devono astenersi dal concedere assistenza finanziaria e prestiti alla Repubblica Islamica, se non per scopi umanitari e di sviluppo; vengono infine imposte restrizioni allo spostamento di individui coinvolti nel processo di proliferazione nucleare iraniano. Gli altri Stati devono poi vigilare sull’effettivo rispetto e sull’effettiva attuazione delle misure sopra indicate.

Con la stipula del nuovo accordo ed il plauso della comunità internazionale, la questione iraniana sembrava essere, se non definitivamente risolta, perlomeno in via di raffreddamento. In questo senso, se da un lato l’accordo inibiva di fatto in toto la possibilità per l’Iran di sviluppare armi nucleari e quindi di essere una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, dall’altro, esso conferiva la chiave per una decisiva svolta economica, prevedendo la revoca di tutte quelle sanzioni che dai primi anni 2000 lo avevano costretto in una morsa senza fine.

Ne è prova il fatto che, con riferimento, ad esempio, alle relazioni commerciali fra Iran ed Unione Europea, a partire dal 2016, il primo anno fiscale successivo all’attuazione di JCPOA, le importazioni europee dall’Iran hanno raggiunto 5,5 miliardi di euro, con un incremento del 344,8%; le esportazioni dell’UE, invece, ammontavano a 8,2 miliardi di euro, con un aumento del 27,8%. L’anno successivo, le importazioni dell’Unione dall’Iran sono andate oltre i 10,1 miliardi di euro, con le esportazioni verso Teheran che hanno raggiunto un picco di 10,8 miliardi di euro.

Questo, senza considerare i miliardi che l’Unione spende per importare petrolio e gas iraniani, essenziali per alimentarne l’economia. Secondo un recente studio della British Petroleum, l’Iran è il paese più ricco del mondo quanto a riserve di gas naturale (seguito da Russia e Qatar) e il quarto, quanto a riserve di petrolio grezzo. Oltre a ciò, esso può contare su bassi costi di produzione, un fattore significante in un contesto internazionale in cui il prezzo del greggio è in costante diminuzione.

Per concludere il quadro, val la pena ricordare che l’Iran intrattiene importanti relazioni economiche con paesi europei quali la Germania e l’Italia. A titolo di esempio, Eni ha firmato un Memorandum of Understanding con la National Iranian Oil Company (NIOC) per lo svolgimento di studi di fattibilità nel Darquain e nei campi di Kish in Iran. Nel suddetto giacimento petrolifero, si stima siano presenti riserve per circa 5 miliardi di barili, un quinto dei quali estraibili. Più in generale, l’Iran è in grado di estrarre 3,5 milioni di barili al giorno; non è dunque difficile capire che, per quanto discutibile sotto molti punti di vista, Teheran sia un partner strategico di primaria importanza per Bruxelles.

I rapporti diplomatici ed economici hanno continuato a procedere senza intoppi sino a quando, l’8 maggio 2018, il presidente Trump ha annunciato di non voler rinnovare il sostegno americano al JCPOA, così come di sospendere le sanzioni secondarie, ovvero quelle sanzioni volte ad impedire a terze parti di concludere affari con l’Iran. Conseguenze dirette sono state dapprima il ritiro unilaterale degli USA dal trattato e, in seconda battuta, la re-imposizione di tutte le sanzioni nel settore energetico, a partire da novembre 2018. Giova a tal proposito approfondire la ragione che ha mosso il presidente americano in direzione di questa brusca inversione di rotta, la quale ha condotto all’interruzione di un percorso multilaterale che, sino a quel momento, si stava rivelando virtuoso e vantaggioso per tutti.

Il 12 gennaio 2018, in occasione dell’ultimo rinnovo della sospensione delle sanzioni secondarie, Trump aveva rivolto un ultimatum, con scadenza a maggio, a Francia, Regno Unito e Germania, chiedendo loro di apportare precise modifiche all’accordo, pena il non rinnovo americano della sospensione delle sanzioni e la denuncia del trattato.

Per scongiurare quest’eventualità, il tycoon newyorkese aveva imposto ai paesi europei tre condizioni: la rimozione delle limitazioni temporali e geografiche alle ispezioni di qualsiasi sito nucleare (ma anche militare) iraniano; l’introduzione di nuove sanzioni sul programma missilistico iraniano (non attinente all’accordo); l’estensione della durata delle limitazioni al programma nucleare iraniano previste dall’accordo. Oltre a queste richieste specifiche, Trump aveva altresì sollecitato un intervento più energico contro le attività di Teheran in Medio Oriente che, secondo la Casa Bianca, sono la principale causa di instabilità nella regione.

Dal punto di vista iraniano, la denuncia del JCPOA da parte di Washington rappresenta una violazione dello stesso, atto che Teheran rivendica di non aver mai compiuto. Alla luce di ciò, il ritiro unilaterale degli USA costituisce un inadempimento agli obblighi formali previsti dall’accordo. Nello specifico, l’accusa perpetrata dall’Iran è quella di aver violato lo spirito e la ragione stessi del JCPOA, con particolare riferimento all’articolo 29, in base al quale “L’Unione europea, i suoi Stati membri e gli Stati Uniti si impegnano ad astenersi dal mettere in pratica azioni tese ad impedire la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali con l’Iran”. La continua minaccia di reintroduzione delle sanzioni da parte di Washington rappresenta per Teheran un tentativo di alimentare il clima di incertezza che, di fatto, scoraggia la ripresa delle relazioni economiche, impedendo dunque la loro normalizzazione.

Le rivendicazioni iraniane hanno buon diritto d’esistere, trovando man forte nel fatto che l’AIEA, per 10 volte nell’arco di due anni, ha certificato formalmente come l’Iran abbia sempre consentito l’ingresso dei propri ispettori in ogni sito richiesto e che, in definitiva, l’implementazione dell’accordo da parte iraniana è stata sino ad ora ineccepibile. Va infine rammentato che il regime di ispezione creato per l’Iran sia tra i più rigidi al mondo e che lo stesso JCPOA garantisca un monitoraggio più approfondito rispetto a quanto si potrebbe ottenere in sua assenza.

Vani sono stati i molteplici tentativi degli altri contraenti dell’accordo di far ricredere Trump circa la propria decisione, così come nessun tipo di compromesso è stato possibile. Da un lato, la posizione espressa dal presidente USA rappresenta il pensiero di gran parte dell’establishment statunitense che, dal 1979 ad oggi, vede con sospetto e paura il regime degli Ayatollah. Dall’altro, poiché rimanere nell’accordo, per gli States, avrebbe significato mantenere la sospensione delle sanzioni, interfacciandosi con un Iran sempre più florido e ricco, dato il non indifferente potenziale del paese.

Quest’ultimo fattore rappresenterebbe un problema non secondario, almeno per due ragioni. Stando alla prima, un Iran potente e influente costituirebbe una minaccia intollerabile per i principali alleati americani nella regione, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sia da un punto di vista economico, sia militare e geopolitico. Non si dimentichi, inoltre, l’ulteriore e rinnovato supporto che l’Iran garantirebbe ai propri alleati sciiti, quali, ad esempio, gli Huthi in Yemen, Hezbollah in Libano o il regime di Assad in Siria.

Connessa alla prima, la seconda motivazione ha invece una natura meno esplicita. Per evitare che accada quanto detto sopra, gli USA stanno perseguendo una strategia di minimizzazione dei benefici economici che Teheran potrebbe trarre dal JCPOA, proprio a causa del non interesse a legittimare la Repubblica islamica. Far questo significherebbe accreditare e accettare il regime degli Ayatollah, che si instaurò nel 1979 proprio destituendo lo Shah, alleato americano.

Il 5 novembre 2018, l’amministrazione Trump ha reintrodotto la seconda e più pesante tranche di sanzioni, dopo la prima del 7 agosto. Questa volta, al centro del mirino della Casa Bianca sono finiti i più importanti settori dell’economia iraniana, dagli operatori portuali alle spedizioni marittime, dalla cantieristica navale alle transazioni petrolifere. Washington intende così colpire l’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran. Non mancano poi le sanzioni sulla fornitura di servizi di assicurazione ed assunzione del rischio, così come quelle sul fondamentale settore dell’energia.

L’ondata sanzionatoria è stata accolta dalla leadership iraniana come un gesto di sfida. Il presidente Rouhani non ha mancato di definire le sanzioni USA come un atto di guerra economica contrario alle convenzioni internazionali. Rouhani ha poi garantito che l’Iran le avrebbe aggirate con orgoglio, attirando nuovi partner commerciali. Da quel momento, è seguito un dibattito sempre più acceso su Twitter fra i leader e i rispettivi ministri degli Esteri, con reciproche minacce e accuse che hanno alimentato il clima di tensione. L’escalation è iniziata l’8 aprile 2019, quando la Casa Bianca ha definito il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le squadre d’élite dell’esercito iraniano, “un’organizzazione terroristica”. Un episodio di grave intensità se considerato che, per la prima volta, viene attribuita tale classificazione a una forza armata di un governo straniero. Per tutta risposta, a sua volta, l’Iran qualificò l’esercito americano quale gruppo terrorista.

In poco meno di un mese, si arrivò alla seconda escalation. Il 2 maggio 2019, l’amministrazione Trump pose fine alle esenzioni semestrali che permettevano ad alcuni paesi, fra cui Cina, India e Giappone, di importare petrolio dall’Iran. Così facendo, i paesi che avessero continuato ad acquistare il greggio iraniano sarebbero stati a loro volta soggetti alle sanzioni statunitensi. Se, tuttavia, ne avessero effettivamente cessato l’acquisto, questo avrebbe pregiudicato gravemente la tenuta dell’economia iraniana. A distanza di pochi giorni, il 5 maggio, il Consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, annunciò che “in risposta ad un numero crescente di preoccupanti avvisaglie di escalation, gli USA manderanno una portaerei e aerei da combattimento nel Golfo Persico”, aggiungendo poi che “gli USA non cercano la guerra, ma sono pienamente preparati a rispondere a qualsiasi attacco”. L’8 maggio fu annunciata l’imposizione di nuove sanzioni, questa volta inerenti all’acciaio, all’alluminio e al rame.

Dinnanzi alla straordinaria pressione, l’Iran dichiarò di voler retrocedere da alcuni punti dell’accordo sul nucleare. Nella fattispecie, il presidente Rouhani affermò che Teheran avrebbe ripreso lo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, nonché l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti consentiti dall’accordo, se gli altri paesi firmatari non avessero limitato le sanzioni USA e alleviato la pressione economica, entro 60 giorni.

Il 13 maggio, quattro petroliere, due di nazionalità saudita, una norvegese e un’altra di nazionalità sconosciuta, sono state attaccate e sabotate nello Stretto di Hormuz, al largo della costa orientale degli Emirati Arabi Uniti, mentre si preparavano ad attraversare il Golfo Persico. L’attacco non ha causato perdite di greggio, ma ha provocato danni significativi alle strutture delle due navi. Il ministro dell’Energia saudita, Khalid al-Falihha, ha definito l’incidenteun atto criminale di sabotaggio”, mentre Teheran ha immediatamente messo in guardia dall’“avventurismo di potenze straniere” per destabilizzare la regione.

Le reazioni di Washington non si sono fatte attendere. Il 24 maggio, Trump ha deciso di inviare 1.500 soldati in Medio Oriente per “contenere l’Iran. Ciononostante, il 13 giugno, altre due petroliere, una di nazionalità norvegese e l’altra giapponese, sono state attaccate nel Golfo di Oman. Il Segretario di stato, Mike Pompeo, ha rapidamente addossato la colpa all’Iran, in quanto “vuole colpire gli alleati americani. Gli spudorati attacchi nel Golfo di Oman fanno parte di una campagna dell’Iran per aumentare le tensioni e creare sempre più instabilità nella regione. La risposta sarà economica e diplomatica”.

Il 17 giugno, Teheran annunciò di essere a 10 giorni dal sorpassare i limiti, fissati dall’accordo, sullo stoccaggio di uranio a basso arricchimento, così da esercitare pressioni sui paesi europei al fine di ottenere le succitate esenzioni economiche dalle sanzioni. A tal proposito, Rouhani affermò che se gli europei si fossero fatti avanti, l’Iran sarebbe tornato a rispettare i termini dell’accordo. Quello stesso giorno, Washington schierò altre 1.000 truppe nel Golfo, al fine di “mandare un messaggio chiaro ed inequivocabile al regime iraniano che ogni attacco agli interessi degli USA e a quelli dei loro alleati andrà incontro ad una forza inesorabile”.

Ancora, il 20 giugno 2019, le forze iraniane abbatterono un drone americano che si trovava nello spazio aereo iraniano; secondo Washington, invece, esso volava in acque internazionali. Il giorno successivo, Trump ha twittato di aver fermato, a 10 minuti dall’inizio previsto, un intervento militare ai danni di Teheran, come rappresaglia per l’abbattimento del drone. La ragione risiederebbe nel fatto che l’attacco avrebbe causato 150 vittime, per cui, stando ai dettami del diritto internazionale, non sarebbe stato proporzionato all’abbattimento di un drone senza equipaggio. Infine, nella notte fra il 22 ed il 23 giugno, lo US Cyber Command ha perpetrato un cyber attacco al sistema informatico che controlla il sistema missilistico iraniano, mettendolo fuori uso. Secondo alcuni osservatori, i cyber attacchi sarebbero una risposta sia agli attacchi alle petroliere, sia all’abbattimento del drone americano. Inoltre, riporta Yahoo News, nel mirino è finito anche un gruppo d’intelligence responsabile del rilevamento delle navi nello Stretto di Hormuz. Gli attacchi informatici, non ufficialmente confermati dai funzionari della Difesa, erano stati programmati da settimane proprio in risposta al sabotaggio delle navi saudite ed emiratine.

Trump, nel frattempo, ha annunciato nuove e pesanti sanzioni all’Iran, scattate lo scorso lunedì 24 giugno 2019. Il presidente non ha escluso l’azione militare, proponendo, allo stesso tempo, un nuovo accordo sul programma nucleare. L’escalation di tensione è giunta sul tavolo del Consiglio di Sicurezza il lunedì stesso, in una riunione a porte chiuse. Sullo sfondo, i toni restano alti: l’Iran ha avvertito gli USA che un qualsiasi attacco avrebbe avuto serie conseguenze.

In questo senso, alcuni analisti hanno affermato che l’attacco militare sarebbe imminente, anche considerando che, nell’entourage di Trump, si vocifera riguardo ad un possibile “regime change” per l’Iran. Secondo altri, invece, sarebbero solo dimostrazioni di forza per disincentivare l’Iran a perseverare su questa strada per spingerlo ad arrendersi.

Ciononostante, il 1° luglio 2019, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha dichiarato che l’Iran ha oltrepassato i limiti all’ammontare dell’uranio a basso arricchimento, posti in essere dall’accordo. Ha poi aggiunto che, a partire dal 7 luglio scorso, Teheran avrebbe cominciato ad arricchire l’uranio oltre la soglia del 3,67% se l’Europa non si fosse attivata per alleggerire la pressione finanziaria, dovuta alle sanzioni USA.

L’Unione Europea, troppo imbrigliata nel disaccordo dei 28 leader, non è riuscita a produrre decisioni concrete, se non dichiarazioni di preoccupazione e ammonimenti sulla prudenza. Così, domenica scorsa 7 luglio, Teheran ha deciso di uscire dall’accordo sul nucleare, dichiarando l’inizio dell’arricchimento dell’uranio, in misura superiore a quella concessa dal trattato.

Le misure prese, tuttavia, sono reversibili. Infatti, Teheran ha tenuto a precisare che concederà ai Paesi europei un’ultima possibilità per salvare l’Accordo, aprendo un’ulteriore finestra di 60 giorni in cui l’Europa dovrà impegnarsi per lavorare ad un nuovo quadro negoziale con l’obiettivo di aggirare i nefasti effetti che le sanzioni USA stanno causando all’economia iraniana. Se ciò non avverrà, l’uscita dal JCPOA diverrà irreversibile.

Le prossime settimane saranno decisive per determinare se la situazione, attualmente appesa ad un filo, si concluderà con un’escalation definitiva, e quindi con una terza guerra del Golfo, oppure se prevarrà il buon senso e le Parti riusciranno a trovare un’intesa in grado di garantire la stabilità della regione e, di riflesso, la pace. Il Medio Oriente è una polveriera pronta ad esplodere. Per scongiurarla occorre una profonda capacità di negoziazione e di composizione dei variegati ed innumerevoli, spesso contrastanti, interessi in gioco.

Chi avrà la meglio? See what’s coming.

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