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Iran, gli Usa e il braccio di ferro tra le due potenze

Gli attriti tra Washington e Teheran al momento non sembrano attenuarsi. Le tensioni sono sempre più elevate. A dimostrarlo è lo stesso Donald Trump, il quale, in un tweet, esclamaNon ho mai revocato il raid contro l’Iran, come la gente sta erroneamente riportando. L’ho solo fermato per il momento”. Seicento secondi che hanno permesso al presidente statunitense di cambiare la propria decisione di sferrare un attacco contro Teheran. Un attacco solamente posticipato.

Giovedì mattina 20 giugno, l’Iran ha dato immediata notizia di aver abbattuto un drone della sorveglianza navale degli Stati Uniti, che volava vicino allo Stretto di Hormuz. Di diverso avviso è stata la reazione della Casa Bianca, che ha rivendicato l’appartenenza del drone, ma ha altresì precisato che lo stesso sorvolava lo spazio aereo internazionale, non quello iraniano. La distruzione del drone, un RQ-4° Global Hawk, ha immediatamente aggravato la situazione, portando ad un aumento delle tensioni che, da settimane, fanno temere l’inizio di un terribile scontro militare. Un braccio di ferro che pende prima da un lato e poi dall’altro, con reciproche provocazioni a rischio escalation. Recentemente, infatti, fu Washington ad accusare Teheran di un attacco a due petroliere nel Golfo di Oman. In questo frangente, decine di membri dell’equipaggio sono state evacuate a seguito dell’esplosione di mine navali ubicate negli scafi.

All’interno di questa arena di lotta, ciò che preoccupa maggiormente è la condizione dell’accordo nucleare, noto con l’acronimo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action).

Nel maggio scorso, l’Iran, nonostante fosse stata l’unica potenza ad onorare il patto nucleare, ha recentemente deciso di sospendere gli adempimenti relativi a tale accordo, fino a che non avesse ricevuto, a sua volta, una contropartita economica da parte delle altre potenze firmatarie. Queste ultime – Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania -, avevano infatti promesso di mantenere i rapporti commerciali con l’Iran. Nella realtà, tuttavia, molteplici aziende europee sono fuggite dal paese, così come le banche internazionali, che hanno azzerato le transazioni con gli istituti iraniani, e le esportazioni petrolifere di Teheran che si sono notevolmente ridotte.

Paradossale rimane l’atteggiamento di Donald Trump, il quale, unilateralmente, lo scorso maggio 2018 aveva assunto la decisione di abbandonare il trattato. Così facendo, il tycoon newyorkese, impose nuove sanzioni all’Iran e si scontrò con la relazione della stessa Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che affermava e confermava il pieno rispetto da parte dell’Iran dei termini dell’accordo.

Una situazione ingiusta, ma comunque subita per oltre un anno da parte di Teheran, che ora ha prontamente confermato la sospensione da ogni tipo di accordo, non solo per cercare di riportare la situazione ad uno stato di corretto adempimento da parte delle altre potenze firmatarie, ma anche perché, nel corso degli anni, il patrimonio economico iraniano è stato intaccato e debilitato.

In questo senso, come detto, un primo avvertimento sembrerebbe provenire dal fatto che l’Iran abbia concesso 60 giorni di tempo alle altre potenze per adempiere ai termini dell’accordo nucleare, con la conseguente minaccia di adozione di ulteriori, rigide misure. Il termine prefissato scadrà il prossimo 8 luglio. La speranza è che le altre potenze europee possano riprendere gli adempimenti pattuiti, portando così al ritorno dello stesso Iran ad onorare i termini e le misure dell’accordo nucleare.

Dal canto proprio, Teheran non vuole abbandonare il JCPOA, ma intende ribadire il fatto che non potrà rispettare unilateralmente un accordo disatteso da tutti gli altri contraenti.

I già citati incidenti nel Golfo dell’Oman potrebbero essere letti analogamente: mostrare al mondo che se venisse impedito all’Iran di esportare petrolio, anche gli altri paesi produttori della regione potrebbero esserne colpiti – una tattica certamente condannabile nei modi, ma che rappresenterebbe la risposta politica alla decisione USA di aggravare economicamente un paese che sta rispettando un’intesa internazionale. Considerando il caso delle petroliere, difatti, è evidente l’impatto che si avrebbe sul trasporto, attraverso il vicino stretto di Hormuz, di un quinto del petrolio mondiale.

Di fronte all’unilateralismo americano, l’Europa non si è distinta per indipendenza né per coerenza ed efficacia della propria azione politica. Infatti, le pressioni europee nei confronti di Washington per salvaguardare il JCPOA sono andate scemando nel tempo al punto che, quando lo scorso maggio Teheran ha annunciato di sospendere temporaneamente alcuni obblighi previsti dall’accordo, Bruxelles ha emesso un comunicato in cui si sottolineava il “rifiuto di ogni ultimatum” proveniente da Teheran, esprimendo invece un semplice “rammarico” per l’imposizione unilaterale delle sanzioni da parte statunitense.

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