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India, tra estremismo e radicalizzazione

Il processo di ‘otherization’ (l’atto di definire come ‘diverso’ un individuo o un gruppo di persone allo scopo di ostracizzarlo e/o denigrarlo, ndr) ha reso più marcate le divisioni tra musulmani e induisti, e ciò crea un’atmosfera favorevole ai gruppi estremisti”. Così, Ashraf Kadakkal, professore di studi islamici e dell’Asia Occidentale presso l’Università di Kerala,  cerca di spiegare le ragioni che hanno portato un numero sempre più alto di giovani musulmani ad aderire alla causa di Daesh o di altre formazioni radicali, che operano sia in India, sia all’estero.

Nonostante il paese sia riuscito a contenere e a sventare alcuni attacchi, Daesh ha confermato la nascita di una nuova provincia del Califfato a maggio, la Wilayat al-Hind. Gli stati federali a forte densità musulmana, tra cui Kerala, Jammu e Kashmir, sono le zone più colpite dalle infiltrazioni di gruppi separatisti ed estremisti, che fomentano l’odio verso la maggioranza Hindu, colpevole di continue intimidazioni e soprusi nei loro confronti.

La polizia dello stato del Kerala ha reso noto che, nel solo 2017, circa 100 persone furono sospettate di essersi affiliate a Daesh in Afghanistan, Iraq e Siria. La spiegazione di questo processo è individuabile nella geografia e nell’economia di questo stato meridionale. Grazie alla vicinanza con il Mare Arabico, infatti, molti emigrano per andare a lavorare negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo. In questi paesi i salari sono migliori: permettono di aiutare economicamente le famiglie e sostengono sensibilmente lo sviluppo della regione. Al loro ritorno, molti giovani si avvicinano al sedicente Stato Islamico, essendo stati soggetti all’Islam più conservatore e radicale durante i mesi di permanenza all’estero.

Per Daesh è più facile reclutare in queste zone dell’India, in Sri Lanka e alle Maldive, anche grazie all’utilizzo delle lingue regionali. Il Kerala, infatti, non è l’unico stato federale che ha visto crescere esponenzialmente l’appeal di gruppi radicali. Nel Tamil Nadu, per esempio, l’estremismo non aveva mai intaccato davvero la popolazione, ma in una zona dove l’Hindi non è lingua ufficiale, la traduzione degli spot e dei video di Daesh, dopo il 2014, ha attratto molto più di quanto fosse riuscito a fare Al Qaeda negli anni precedenti.

A livello nazionale, la risposta non si è fatta attendere. Da un lato, è sopravvenuta la conferma, da parte polizia dello Sri Lanka, del fatto che alcuni degli attentatori suicidi della Domenica di Pasqua avevano viaggiato recentemente in Kashmir e Kerala. Dall’altro, la svolta nelle indagini dell’Agenzia Indiana di Investigazione Nazionale, che ha individuato dei proseliti che seguivano i discorsi e i video della ‘mente’ degli attacchi, Zahran Hashim. È quindi stata formata l’Anti Terrorism Squad (ATS), organizzazione specializzata nel combattere il pericolo del fondamentalismo, le insurrezioni maoiste e il fanatismo di estrema destra in India meridionale. Tra le mansioni, merita d’esser citato lo studio di metodi innovativi per identificare attività di reclutamento online attraverso l’utilizzo di specifiche tattiche investigative innovative. L’ente seguirà altresì i lotti di prodotti usati per produrre bombe artigianali, in modo da sventare eventuali attacchi.

Inoltre, l’India ha adottato una legislazione anti-terrorismo ad hoc. La stessa, in alcune parti controversa, è però stata criticata poiché vi è la possibilità da parte delle forze di sicurezza di sparare ai sospettati anche se non minacciati. Sebbene il paese sia tra i fondatori del Global CounterTerrorism Forum (GCTF), esso non partecipa direttamente agli sforzi per combattere Daesh. Come scrive Natalie Tecimer sul The Diplomat, “se l’India collaborasse di più nella lotta allo Stato Islamico, lavorando insieme agli Stati Uniti all’interno della regione, scambiando liste di sospetti e avendo un atteggiamento più forte con il Bangladesh, avrebbe un partner forte per sradicare la minaccia sia a livello interno sia su scala globale”.

Ma Daesh non è l’unica minaccia che affligge la potenza asiatica. Vi sono altri gruppi operanti tra India, Bangladesh e Myanmar, gruppi separatisti come in Kashmir o nel Tamil, e di insorti islamici, attivi nella parte settentrionale del paese. Sono poi da ricordare le Muslim United Liberation Tigers of Assam (MULTA), che vogliono creare il loro Islamistan attraverso la mobilitazione di giovani adepti da muovere contro lo stato indiano per un nuovo Jihad e attraverso i gruppi Mujahideen anti-Hindu.

Il gruppo fondamentalista pakistano Harkat ul-Mujahidin, fondato nel 1985 per fronteggiare l’occupazione sovietica in Afghanistan, richiama individui da tutto il mondo ed è stato classificato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti nel 1997. L’alleato Hizb-ul-Mujahideen, formatosi 4 anni dopo, è l’ala armata del gruppo Jamaat-e-Islami (JeL) che opera soprattutto in Jammu e Kashmir, reclutando, in primis, attraverso tutorial e video. In aggiunta, anche i gruppi Jaish-e-Mohammed (JeM) e Lashkar-e Taiba (LeT) sono stati dichiarati organizzazioni terroristiche; gli stessi che hanno collaborato all’assalto armato al palazzo del Parlamento di Delhi nel 2001.

Questa ondata di estremismo è correlata alla crescita del nazionalismo hindu dal 2014, che trae le sue origini dalla fondazione del movimento Sangh Parivar. La ‘famiglia dei Sangh’ nacque negli anni ‘20, rivendicando come le minoranze cristiana e musulmana svilissero l’identità induista indiana. Questa ideologia portò all’utilizzo di tattiche violente contro le altre minoranze, grazie anche al sostegno della Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un’organizzazione paramilitare che, attraverso la sua ala educativa Vidhya Baratis, riesce a insegnare a più di 2 milioni di studenti in 20.000 scuole, trovando la sua espressione politica nel Bharatiya Janata Party (BJP), il principale partito conservatore indiano – al governo proprio dal 2014 con Narenda Modi.

L’Hate Crime Watch, redatto da FactChecker, è un database di crimini d’odio perpetrati in India dal 2009 al 2019, basati sull’identità religiosa e divisi in categorie come l’intento, il luogo, il partito politico in carica e l’identità. I dati raccolti mettono in luce come la minoranza musulmana sia la più colpita (il 59% degli attacchi sono ai loro danni), seguita poi da quella cristiana (15%) e dagli Hindu (14%). Se, invece, si considerano i carnefici, il 58% di chi commette violenza è Hindu, il 12% musulmano e il 30% di altri gruppi oppure non collegato ad alcuna minoranza. La causa primaria degli scontri è, al 28%, la protezione delle vacche, mentre gli stati più colpiti sono l’Uttar Pradesh e il Karnataka.

Sfruttando questo clima di conflitto interno tra fazioni, i gruppi estremisti autoctoni ed esteri si avvalgono sempre più delle nuove tecnologie per convincere i giovani a lasciare l’India per combattere in Afghanistan o in Siria. Non riuscendo a fermarli, le famiglie dei foreign fighter indiani continuano a cercarli, tentando di mettersi in contatto con loro per farli tornare a casa.

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