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Trent’anni da Piazza Tienanmen: tra guerra commerciale e strategie per il futuro

Il 4 giugno 2019 è ricorso il 30o anniversario dalle proteste di Tienanmen: i manifestanti invocavano riforme politiche, sociali ed economiche, denunciando le forme di repressione messe in atto dal Governo cinese. Si trattò di un episodio tragico, poiché molte furono le vittime, e, allo stesso modo, quasi dimenticato (quantomeno in Cina, ancora oggi largamente sconosciuto).

Questo episodio fu una delle maggiori cause di quel percorso di sviluppo che ha condotto la Cina a divenire una delle maggiori superpotenze a livello globale. Dalle riforme politiche ed economiche di Deng Xiaoping, sostenitore del laissez-faire che condusse a un’economia più orientata al libero mercato; ai metodi più conservatori di Jiang Zemin, che sostenne criteri che potessero regolare i cicli inflazionari concentrandosi su un progresso che puntasse a tassi di crescita più controllati, riuscendo a porre le basi per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio; alle riforme di Hu Jintao, da un lato più vicine alle necessità sociali, dall’altro utili a controllare i tassi di interesse e il valore dello yuan, favorendo così l’export cinese. Sino all’attuale presidente Xi Jinping, il quale, durante il 19o Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, ha proclamato la Cina quale fautrice di una nuova era.

Alle polemiche riguardanti l’assenza di eventi istituzionali che ricordassero e dessero importanza all’anniversario, il portavoce Geng Shuang ha ribadito come siano i successi economici raggiunti dalla Cina negli ultimi trent’anni che da soli dimostrano che “il percorso di sviluppo che abbiamo scelto è completamente corretto ed è stato fermamente appoggiato dalla gente”.

A 30 anni dalle proteste, Pechino è costantemente al centro dell’attenzione di studi politici ed economici, in misura sempre maggiore se consideriamo l’avvio del progetto della Nuove Vie della Seta e, soprattutto, l’elezione del presidente statunitense Donald Trump. Negli ultimi decenni, infatti, i leader cinesi che si sono succeduti hanno intrattenuto relazioni differenti con Washington, strettamente connesse allo stato dei progressi della repubblica cinese.

In seguito alle riforme economiche e al controllo delle esportazioni da parte del Governo cinese, gli Stati Uniti hanno raggiunto un deficit commerciale con la Cina che, secondo lo U.S. Census Bureau, nel luglio 2018 ammontava a 222.6 miliardi di dollari. Dallo scorso luglio, invece, il presidente Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari in prodotti importati dalla Cina, minacciando inoltre di aumentare tale cifra. In tal senso, il divario commerciale tra le due prime economie mondiali ha creato un conflitto non ancora sopito. Le questioni alla base  di tale conflitto spaziano dal dumping (ndr, pratica economica che consiste nell’esportare determinati prodotti a prezzi inferiori a quelli di mercato, facendosi lo Stato carico della differenza di valore attraverso sovvenzioni e sussidi alle imprese produttrici) alla proprietà intellettuale. Per quanto concerne il primo aspetto, a seguito di vari scontri in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Cina ha avuto la peggio riguardo le accuse di dumping. La disputa sulla proprietà intellettuale, invece, è stata sospesa il 4 giugno scorso.

Sebbene non sia chiaro se tale sospensione possa interpretarsi come un congelamento del conflitto commerciale, il panorama resta comunque incerto. Lo scontro a livello internazionale, infatti, si trasla su questioni più tecniche e interne, che prendono in causa decisioni di carattere prettamente statale. In tal senso, queste potrebbero decidere il conflitto a vantaggio di uno o dell’altro stato.

Da più di un decennio ormai, la Cina ha superato il Giappone come detentore della maggior parte del debito pubblico statunitense: questa strategia, unita alle riserve di moneta estera, ha permesso a Pechino di mantenere un cambio fisso nei movimenti commerciali con l’estero, mantenendo così il proprio export estremamente competitivo. Nel marzo 2019, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha calcolato che la Cina possegga più di un trilione di dollari di debito statunitense, la quantità più bassa posseduta negli ultimi anni. La diminuzione delle riserve è la conseguenza della vendita cinese del debito statunitense, una strategia messa in atto affinché gli Stati Uniti non portassero a termine la succitata minaccia del presidente Trump di incrementare i dazi sui prodotti cinesi. Vendere il debito pubblico aumenterebbe infatti i tassi di interesse sui prestiti e, dunque, il costo dell’indebitamento statunitense. Tuttavia, come evidenziato da Brad W. Setser, ex economista presso il Dipartimento del Tesoro statunitense, occorre usare cautela nell’effettuare tale analisi, in quanto i dati di marzo 2019 non costituiscono un trend.

Sebbene la strategia della vendita del debito pubblico possa sembrare la conclusione del conflitto commerciale, poiché porterebbe a una definitiva presa di posizione da parte di uno dei due stati, la vendita del debito rappresenta un’arma a doppio taglio. Essa porterebbe, da un lato, a una possibile svalutazione delle riserve cinesi e, dall’altro, ad una necessaria fluttuazione del cambio con il dollaro statunitense. La più probabile conseguenza di una tattica simile condurrebbe a una diminuzione delle esportazioni per un paese che solo negli ultimi anni è riuscito ad avere un surplus nella bilancia commerciale.

Addirittura, analisti di Bloomberg e Reuters, si spingono a sostenere che, vendendo il debito statunitense, la Cina favorirebbe proprio gli Stati Uniti: indebolendo il dollaro, difatti, Washington vedrebbe i propri prodotti all’estero più competitivi, andando a ridurre così il deficit della bilancia commerciale statunitense, specialmente nei confronti della stessa Cina.
In conclusione, il caso della Cina è uno tra i più sorprendenti, sia a livello economico, sia politico: sebbene non si possano fare previsioni certe sul futuro dell’ordine economico e politico globale, Pechino è passata dall’essere un attore isolato a diventare la seconda economia del pianeta. Indubbiamente, Cina e USA si contraddistinguono per molti versi opposti, ragione per la quale, probabilmente, l’esito del conflitto al quale stiamo assistendo potrebbe condurre a un cambiamento della governance economico-finanziaria globale del tutto inedito.