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La Corea del Nord e le pubbliche esecuzioni

Senza giustizia, la pace rimane un’illusione”. Con queste parole, l’alto commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha concluso il suo discorso in un videomessaggio il 15 aprile 2019. Con queste stesse parole il Transitional Justice Working Group (TJWG), un’organizzazione non governativa di sede a Seoul, ha aperto la relazione pubblicata a giugno e intitolata “Mapping the fate of the dead killings and burials in North Korea”.

Il TJWG è stato fondato nel 2014 da sostenitori e ricercatori dei diritti umani provenienti da cinque stati diversi e, da allora, mira ad affrontare le gravi violazioni inflitte in questa fragile area della sfera giuridica soggettiva e a ottenere giustizia per le vittime utilizzando mezzi avanzati. Quest’ultima relazione segue il fil rouge che, già due anni fa con la divulgazione della mappatura dei crimini contro l’umanità in Nord Corea, l’ONG aveva inserito nella cruna dell’attenzione dei media internazionali.

Il documento è stato realizzato intervistando, nel corso di quattro anni, 610 dissidenti nordcoreani,  di età variabile, di cui l’80% di sesso femminile. Le testimonianze sono state fondamentali per  identificare i luoghi in cui vengono svolte le esecuzioni pubbliche e gli omicidi commissionati dallo stato, ma essi sono stati effettivamente rintracciabili solo grazie all’uso delle immagini satellitari geo-localizzanti i siti riferiti dagli intervistati , insieme all’applicazione della tecnologia geographic information system, un sofisticato sistema informatico che acquisisce i dati e li analizza.

I luoghi individuati sono stati divisi in tre categorie, in base all’impiego che ne viene fatto: luoghi delle esecuzioni, luoghi in cui vengono disposti i corpi, luoghi che ospitano documenti e altre informazioni relative agli omicidi.

In totale, sono stati rinvenuti 323 siti in cui sono stati perpetrati omicidi ordinati dallo stato e 318 siti di esecuzioni pubbliche, tutti riferiti da testimoni diretti. Statisticamente sono privilegiate vaste aree all’aria aperta, come letti o rive dei fiumi, colline, montagne o persino piazze di mercati, campi sportivi o scolastici. Dalle centinaia alle migliaia di persone sono costrette a partecipare alle uccisioni: l’83% degli intervistati è stato forzato ad assistere e il 53% addirittura più di una volta.

Nonostante la presenza della popolazione locale sia imposta, le agenzie statali utilizzano moderni rilevatori per assicurarsi che i cittadini non registrino né su telefoni cellulari né su videocamere, a dimostrazione della sensibilità che lo stato nutre nei confronti dell’opinione pubblica globale e della volontà di preservare a livello internazionale un’immagine il più possibile positiva sulla questione dei diritti.

Le accuse più spesso citate per la pena di morte includono, in ordine decrescente: l’omicidio o il tentato omicidio, furto di rame, traffico di esseri umani, furto di mucche o altra tipologia di bestiame e altre attività contro lo stato, come guardare la televisione sudcoreana o oltrepassare illegalmente i confini sino-coreani. Tuttavia, data l’assenza di un giusto processo nel sistema giudiziario nordcoreano, è difficile verificare la compatibilità della accuse pronunciate con gli atti effettivamente commessi. Infatti, le testimonianze riportano che, immediatamente prima dell’esecuzione pubblica, avvengono dei brevi processi dove viene pronunciata una sentenza senza giudici presenti e senza consulente legale per l’accusato, che molto spesso viene trascinato dalle autorità già in condizioni fisiche deteriorate. Sono gli ufficiali del Ministero della sicurezza popolare e, talvolta, quelli del Ministero della sicurezza statale, a pronunciare le accuse e la sentenza.

Inoltre, molte interviste hanno enfatizzato come il songbun di una persona accusata, cioè la sua posizione all’interno della società assegnato direttamente dalla Corea del Nord, possa influenzare il tipo di pena inflitta. Conseguentemente, accuse minori più facilmente possono portare alla pena di morte se il soggetto appartiene a una classe sociale inferiore. Non mancano, però, casi di ufficiali di alto livello condannati: nel 2013 Jang Song-thaek, lo zio del capo di stato Kim Jong-un, fu accusato per tradimento e ucciso.

La maggior parte delle esecuzioni avviene per fucilazione, includendo tre tiratori scelti che sparano tre colpi ciascuno al condannato. Alcuni intervistati hanno affermato che, in svariate occasioni, gli incaricati di eseguire l’omicidio sembravano essere in stato di ebbrezza per “la difficoltà emotiva che uccidere richiede”.

Sono stati registrati anche casi minori di impiccagione in tempi meno recenti.

Al 16% dei partecipanti alla ricerca è stato ucciso un familiare dal regime nordcoreano, mentre il 27% ha avuto almeno un membro della famiglia tra le vittime di ‘sparizione forzata’. Non sono infatti rari i casi di persone scomparse scambiati per omicidi, come accadde nel 2013 con la famosa cantante nordcoreana Hyon Song-wol riportata morta dai media sudcoreani e riapparsa nel 2018 come parte della delegazione della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di Seoul.

Riguardo la seconda tipologia di luoghi sopra indicati, i siti in cui vengono deposti i corpi sono complessivamente 25. Una delle problematiche più rilevanti riguarda l’impossibilità delle famiglie di seguire le tradizionali pratiche di sepoltura, poiché alle stesse non è concesso di riavere la salma né di conoscere il luogo di interramento. A tal proposito, l’autrice principale della relazione, Sarah A. Son, ha dichiarato: L’inabilità di accedere alle informazioni sulla posizione di un familiare ucciso dallo stato e l’impossibilità di concedergli una degna sepoltura viola sia le norme culturali che il diritto di sapere”.
A cinque anni dalla relazione della Commissione d’inchiesta sui diritti umani in  Corea del Nord redatta dalle Nazioni Unite, la responsabilità per gravi violazioni dei diritti umani rimane elusiva e, durante i vertici di alto livello tra le due Coree e gli Stati Uniti, i riferimenti su tali questioni sono stati inconcreti. Proprio per la notoria difficoltà di dialogo sulle suddette tematiche sensibili e di verifica degli effettivi accadimenti, questi studi restano vitali per continuare a monitorare e a registrare la diffusione degli abusi e dei crimini contro l’umanità.