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La Turchia: le contraddizioni di un paese stretto nella morsa economica

La Turchia sembra non volersi apertamente allineare a livello internazionale. Tenendo un piede in Occidente e uno in Oriente, indispettisce gli Stati Uniti, corteggia la Cina e si scontra con la Russia.

Sottoscritto a fine 2017, l’accordo sull’acquisto del sistema di difesa aerea a lungo raggio di produzione russa (S-400) sta ormai per concludersi, nonostante le passate minacce e sanzioni da parte degli Stati Uniti. Nel frattempo, le stesse richieste statunitensi di ostacolare l’espansione cinese nella regione mediorientale non sono state accolte dalla Turchia, che anzi dialoga con Pechino, soprattutto sotto il profilo degli investimenti e del commercio.

Nel marzo 2019, infatti, sono stati numerosi gli incontri tra i rappresentanti delle aziende turche e cinesi, riunitisi per discutere degli accordi bilaterali atti a incrementare il commercio e gli investimenti bilaterali. Negli ultimi anni, i legami economici tra i due paesi sono cresciuti notevolmente, con il governo di Ankara che mira a far aumentare ulteriormente gli investimenti cinesi in Turchia. La Cina, dal canto proprio, si è dichiarata disponibile a raddoppiare gli investimenti nel paese fino a raggiungere i 6 miliardi di dollari entro il 2021, secondo quanto asserito dall’ambasciatore del paese ad Ankara, Deng Li.

In quella che era la culla dell’Impero Ottomano, vi sono oggi circa 1.000 aziende cinesi, impegnate soprattutto nei settori della logistica, dell’elettronica, dell’energia e del turismo. In questo senso, nel 2018, si è registrato un significativo aumento del 60% del numero dei turisti cinesi in visita in Turchia, raggiungendo le 400.000 unità. Questo a conferma della proclamazione, da parte di Pechino, del 2018 quale anno del turismo in Turchia. Inoltre, notevoli vantaggi si sono registrati nel settore della finanza e in quello immobiliare, i quali traggono beneficio dagli accordi sulla Belt and Road Initiative (BRI), il visionario progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, che mira a costruire una cintura economica che collega strettamente la Cina all’Asia centrale e all’Europa, coinvolgendo complessivamente ben 65 paesi.

Alla luce di questi accordi commerciali bilaterali, si potrebbe immaginare un allineamento al fronte cinese pressoché totale. La realtà, tuttavia, è più complessa. In questo quadro è infatti opportuno considerare un altro attore principale: l’Iran.

Ankara si è defilata dal fronte anti-ayatollah che l’amministrazione Trump ha cercato di istituire, con il sostegno degli alleati. L’intento è quello di aggirare le sanzioni statunitensi, come dichiarato da ambo le parti durante la visita in Turchia del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif di metà aprile scorso. I due paesi stanno negoziando la creazione di un sistema di pagamenti alternativo che permetta di rafforzare il commercio bilaterale senza subire le ingloriose sanzioni occidentali. Da quanto aleggia tra i corpi diplomatici mediorientali, inoltre, un accordo ‘siracheno’ con la Repubblica Islamica non è da escludersi, indipendente dagli statunitensi ed eventualmente contro gli interessi delle potenze occidentali.

Tuttavia, affermare che la Turchia si stia schierando con l’Iran e l’Eurasia russo-cinese sarebbe avventato e poco avveduto. Alla luce degli accordi conclusi e discussi in precedenza, la Turchia non possiede quella libertà d’agire cui anela. Dopo la rinnegazione della rivoluzione kemalista, gli eredi di Atatürk, nel 1952, scelsero di aderire alla NATO, consegnando il loro destino all’Atlantico.

Frattanto, ad oggi, la situazione economica della Turchia è piuttosto infausta. L’alta disoccupazione, l’elevata inflazione, il diffuso pessimismo dei consumatori, insieme alla debolezza della valuta, hanno contribuito a devastare la già fragile economia turca. In questo contesto, le pressioni politiche interne e internazionali sono esasperate, anche alla luce dell’annullamento del risultato elettorale per la nomina del sindaco di Istanbul e del già citato accordo per l’acquisto dei missili dalla Russia.
Il presidente Erdogan, tuttavia, si è rifiutato di ascoltare le grida della comunità imprenditoriale – che ha esortato ad ampi cambiamenti politici -, e ha ignorato i consigli degli economisti mainstream. Al contrario, egli ha inneggiato alle cospirazioni straniere quali cause dei gravi problemi economici del paese.