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Myanmar: il Tatmadaw e l’ombra dei crimini di guerra

Secondo un recente report di Amnesty International, le forze armate del Myanmar – meglio conosciute come Tatmadaw – sembrerebbero aver ripreso le violenze indiscriminate all’interno dello stato del Rakhine, regione occidentale affacciata sul Golfo del Bengala.

Nello specifico, stando ai dati raccolti in loco dagli operatori della suddetta organizzazione, il raid dell’esercito regolare avrebbe causato 14 vittime civili e 29 feriti, sollecitando peraltro l’accusa di aver portato a episodi di torture e arresti arbitrari nel corso di un attacco indiscriminato. I soldati avrebbero agito con l’obiettivo di debellare i ribelli della Arakan Army (AA), la frangia militare della United League of Arakan (ULA), impegnata sin dalla sua fondazione (nel 2009) nel tentativo di liberazione del Rakhine attraverso l’uso della forza. L’esercito di Arakan è attualmente il più grande gruppo insurrezionalista del paese, disponendo di circa 2.500 militi. L’organizzazione si affianca ad altri gruppi ribelli legati all’etnia Chin e attivi sul territorio sin dall’indipendenza birmana, concessa dal Regno Unito nel 1948.

Il Tatmadaw era già stato accusato nel 2017 dalla società internazionale di perpetrare atrocità nei confronti della popolazione musulmana Rohingya, quando l’azione congiunta dell’esercito e di alcuni gruppi estremisti buddisti portò alla distruzione di interi villaggi, uccidendo circa 10.000 membri della comunità Rohingya e causando l’emigrazione dal Rakhine di almeno 700.000 profughi.

Come riportato dalla BBC a fine maggio, il portavoce delle forze armate birmane, il generale Zaw Min Tun, ha negato le accuse di Amnesty International, garantendo che il  Tatmadaw abbia agito, nel corso delle recenti operazioni militari, “nei limiti della legge ed evitando di colpire civili”. Il report dell’organizzazione non governativa sembrerebbe, tuttavia, sottolineare che il rinnovato vigore con cui l’AA sta portando avanti la lotta per l’autodeterminazione della popolazione Arakan starebbe conducendo l’esercito nazionale all’utilizzo di violenza indiscriminata sui civili, come una vera e propria tattica di combattimento.

Si innalza, dunque, la pressione sul Governo, reo di non riuscire ad arginare e disciplinare definitivamente le violenze che continuano a essere perpetrate dall’esercito nelle sue provincie. In particolare, si avverte la necessità dell’intervento internazionale. Infatti, in assenza di un chiaro e deciso intervento domestico, Amnesty International ha invocato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), affinché deferisca la questione dei crimini di guerra al Tribunale Penale Internazionale, applicando un embargo totale sulle armi al paese. A tal proposito, Nicholas Bequelin, direttore regionale per AI, ha biasimato la comunità internazionale, la quale, fino ad ora, ha sostanzialmente fallito nel tentativo di arginare la violenza. Essa, infatti, è dilagata a fasi alternate sin dal 1948 e ha caratterizzato gli stati del Rakhine, Shan e Kayin. Una seria interpretazione del suo ruolo sarebbe, quindi, richiesta all’UNSC al fine di ricostruire la pace in Myanmar.

La missione d’inchiesta ONU sul suolo birmano del 14 maggio è risultata in un appello alla comunità internazionale, chiedendo di fermare qualsiasi forma di supporto all’esercito del Myanmar, con l’obiettivo di isolarne i comandanti fino alla sentenza definitiva da parte della Corte de L’Aia, chiamata a decidere circa la commissione di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Nella risoluzione dell’UNHCR (A/HRC/40/L.19), gli stati membri hanno espresso le loro perplessità circa la situazione, denunciando atti di violenza sessuale e discriminazione di genere, perpetrati soprattutto negli stati di Kachin, Shan e Rakhine. A tal proposito, l’UNSC ha deciso di estendere il suo periodo di analisi e osservazione di un’ulteriore anno, chiedendo al Governo locale di favorire la raccolta di dati da parte dei tecnici ONU.

Anche l’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC) ha insistito per un’investigazione trasparente e indipendente circa i crimini che, dal 2017, hanno visto un’escalation. Durante il summit che si è tenuto il 31 maggio a Makkah Al-Mukarramah in Arabia Saudita, l’OIC ha rilasciato un comunicato con il quale si  dichiara favorevole all’instaurazione di un ente ad hoc, chiamato a giudicare i crimini compiuti nei confronti dei Rohingya. Il primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina si è, infine, dichiarato disponibile a supportare la minoranza musulmana nel suo rimpatrio in Myanmar.