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Pensare se stessi: come USA e Cina concepiscono l’egemonia

La Cina è figlia di una cultura millenaria, gli Stati Uniti d’America sono eredi della tradizione europea, illuminista e protestante. La prima simboleggia nell’immaginario occidentale l’Oriente più estremo ed estraneo e i secondi si propongono come moderna nazione-guida dell’Ovest. Se gli orizzonti culturali non possono essere più antitetici, al contrario, i problemi su cui le due superpotenze contemporanee si trovano a ragionare sono i medesimi.

Le pretese egemoniche che entrambi gli attori coltivano impongono una chiara visione del proprio ruolo nel mondo.

Per cercare di sintetizzare il sofisticato e complesso universo culturale del popolo cinese, può essere utile inquadrarlo secondo due diverse prospettive. La prima: come lo stesso concepisce il mondo nel suo complesso; la seconda: come la società cinese si percepisce in qualità di Stato. Paradossalmente, il primo a indagare questi due piani del ragionamento e i loro rapporti fu Confucio (IV-V secolo a.C.), figura chiave del pensiero cinese, sulla quale, ancora oggi, esso si fonda. Come riportava Sandro Sideri in uno studio condotto nel 2011 per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), “Confucio ha sottolineato che […] per creare un ordine armonioso è necessario che il popolo sia convinto che le leggi sono giuste e sono applicate in modo imparziale. È l’imperatore che garantisce sulla terra l’armonia […]”. Fuori dall’egida imperiale, che attraverso lo Stato riduce la moltitudine all’uno, c’è solo divisione e caos.

Per meglio comprendere l’idea tradizionale che i cinesi hanno di sé stessi, può essere, inoltre, utile notare che la parola ‘Cina’ in cinese, ha il significato letterale di ‘Stato Centrale’. L’autorappresentazione assolutista ha, tuttavia, incontrato una cesura (o forse una parentesi) storica nel XIX secolo: questo passaggio, cruciale nella storia cinese, definito ‘Secolo della Vergogna’ ha visto l’aggressione da parte degli stranieri, giapponesi e occidentali, non solo del tessuto economico cinese, ma anche della sovranità politica e del territorio nazionale stesso. Il Celeste Impero era divenuto terra di saccheggio, stuprata e calpesta. Fu poi la rivoluzione di Mao, insieme al nazionalismo cinese, a porre fine a questa fase storica.

Il Partito Comunista Cinese (CCP) avrebbe, quindi, individuato, secondo un articolo del 2008 di Niccolò Locatelli su Limes, le eredità del ‘Secolo della Vergogna’. Da un lato, un forte risentimento verso gli stranieri, da sfogare impedendo in futuro lo sfruttamento estero delle risorse cinesi. Dall’altro, un territorio lacerato e diviso da riconquistare: Taiwan rappresenta oggi l’ultima tappa di questo processo, come Xi Jinping ha rimarcato a inizio anno.

La politica estera di Pechino si muove, quindi, oggi in continuità con la propria filosofia antica, considerando l’egemonia attraverso l’armonia (e l’omologazione), come elemento congenito e conseguente dello ‘Stato Centrale’. Questa direzione ideale rimane anche affrontando i problemi contemporanei: difficoltà di esportazione del proprio modello e di sviluppo umano sostenibile, in primis.

La Cine segue, insomma, una filosofia politica più simile a quella che guidava l’Impero Romano rispetto a quella degli stati nazionali moderni e contemporanei.

Un discorso alquanto diverso riguarda gli USA, che hanno visto un crescendo costante della loro influenza internazionale dalle guerre mondiali, fino al picco degli anni ‘90, passando per diversi punti chiave che ne hanno determinato i connotati. Ultimo tra questi è stata la caduta dell’URSS nel ‘91, che li ha proiettati da una dimensione egemonica di tipo competitivo ad una di tipo collaborativo.

Il dibattito interno scaturitone si articola, quindi, sull’utilizzo o meno dello ‘strapotere’, cioè quanti e quali impegni gli USA debbano prendersi per il mantenimento dello status di superpotenza incontrastato senza sperperare le proprie risorse. Per il mindset statunitense è, infatti, tutta una questione di bilancio non solo economico, ma anche politico, tra spese e rendite, che intende il mantenimento dell’egemonia e l’egemonia stessa come un mero equilibrio tra entrate e uscite, teorizzato da Paul Kennedy nell’ipotesi dell’ “Imperial Overstretch. Un’articolo del 2012 su ISPI, di Marco Clementi, mette bene in luce questi aspetti, sottolineando poi come questa forma mentis venga applicata anche nei confronti dei paesi alleati. Questi ultimi, come appare sempre più chiaramente con l’amministrazione Trump, sono considerati più soci in affari che vicini naturali. Emblematica a questo proposito è stata la richiesta USA agli altri membri NATO di contribuire maggiormente al bilancio, pena la perdita della protezione militare statunitense.

Non portando avanti qui la discussione sull’effettivo stato di salute dell’egemonia USA, nè sulle possibilità di affermazione cinese,resta comunque lo spazio per far risaltare le trame delle reciproche identità di pensiero, che restituiscono due distinte visioni prima che della politica, del mondo in sé. Eredi di culture dalle radici profonde e antiche, quello tra USA e Cina è solo l’ultima rappresentazione di un millenario confronto tra Occidente e Oriente.