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Balcani: la nuova via della seta tra sviluppo infrastrutturale e rischi macroeconomici

I primi avvicinamenti diplomatici tra la Cina e i Balcani, soprattutto con l’allora Jugoslavia, datano dagli anni del secondo dopoguerra. Il maresciallo Tito aveva deciso di riconoscere già nel 1949 la Repubblica popolare cinese, ma si recò in visita a Pechino per la prima volta soltanto nel 1977. Infatti, i rapporti diplomatici tra i due paesi si erano temporaneamente sospesi a causa delle differenti relazioni politico-diplomatiche con Mosca.

Fu in seguito alla guerra in Jugoslavia che la Cina cominciò a rivedere la possibilità di stringere legami economici con i Balcani. La crisi del 2008 non fece altro che aumentare la necessità di denaro per sollevare l’economia balcanica. In tale frangente, il progetto della Belt and Road Initiative del 2013 si presentò come un possibile mezzo di sviluppo economico della regione, attraverso la costruzione di grandi opere infrastrutturali.

Negli ultimi anni, la Cina si è concentrata a implementare la ‘nuova via della seta’ in Europa centrale e orientale, applicando il modello 16+1. Tale piattaforma permette di stringere rapporti economici con 11 paesi membri dell’UE e cinque non membri, in particolare l’Albania, la Bosnia ed Erzegovina, la Macedonia del Nord, il Montenegro e la Serbia. La Cina ha trovato interesse nei Balcani a causa del loro basso costo del lavoro e perché potrebbero rivelarsi un mezzo per rafforzare la presenza cinese in seno all’UE, qualora dovessero aderirvi. Anche la mancanza di infrastrutture e una legislazione piuttosto vaga per quanto riguarda appalti e investimenti hanno indotto la Cina a concentrarsi sulla regione balcanica. Inoltre, i Balcani soffrono di un forte tasso di emigrazione. Gli investimenti cinesi, pertanto, permetterebbero un miglioramento della qualità della vita e un rilancio economico della regione. Tra i paesi balcanici più interessati dai finanziamenti cinesi, si possono ricordare la Serbia e il Montenegro.

Per quanto riguarda la Serbia, Belgrado è tuttora il partner balcanico privilegiato di Pechino. L’economia serba, inoltre, conta circa il 44% del PIL balcanico e ha visto ammontare i finanziamenti cinesi fino a 2.5 miliardi di euro. Il progetto più noto, ma non ancora terminato, è quello del tratto ferroviario Belgrado-Budapest ad alta velocità. Nonostante alcuni parlino di un neocolonialismo cinese, il presidente Aleksandar Vucic ha affermato che la Cina è sempre stato un ottimo alleato politico ed economico e che la Serbia deve molto a Pechino per il suo sostegno nei momenti di crisi. Si potrebbe comunque affermare che le relazioni economiche tra Pechino e Belgrado siano notevolmente sbilanciate in favore della potenza asiatica. Infatti, laddove la Serbia gode di un export verso la Cina di 1 milione di dollari, la Cina beneficerebbe di esportazioni totali dal valore di un miliardo di dollari.

Anche il Montenegro ha ottenuto notevoli finanziamenti cinesi. Il progetto più importante è la costruzione dell’autostrada che collegherebbe il porto montenegrino di Bar alla Serbia. Il progetto nacque principalmente con l’obiettivo di aumentare le transazioni commerciali con la Serbia e di favorire lo sviluppo economico del nord del Montenegro. Tuttavia, in seguito alla realizzazione della prima parte dell’autostrada, Podgorica ha visto aumentare il debito e si è ritrovata costretta ad alzare le tasse. Il Governo, pertanto, ha iniziato a valutare le possibilità per completare il progetto. La China Road and Bridge Corporation, di cui lo stato cinese è proprietario, si è proposta di completare il progetto secondo un partenariato pubblico-privato. La fattibilità del progetto è stata, dunque, valutata positivamente, ma secondo Dejan Milovac, direttore esecutivo dell’organo di controllo MANS, le stime date dal Governo montenegrino sulla fattibilità del progetto sarebbero falsate.

Ciò che i due esempi mostrano è dunque una lama a doppio taglio: da una parte i  finanziamenti cinesi rappresenterebbero un mezzo per lo sviluppo dell’economia e delle infrastrutture balcaniche, dall’altra potrebbero causare un debito insostenibile in un conseguenza una pressante dipendenza economica da Pechino. Non è ancora ben chiaro cosa potrebbe succedere qualora il paese debitore non fosse più in grado di ripagare i prestiti. Infatti, la paura è che la Cina potrebbe reclamare la proprietà delle infrastrutture da essa finanziate.

In questo contesto, l’Unione Europea non sembra offrire un’alternativa attraente. I paesi balcanici faticherebbero ad ottenere sovvenzioni europee a causa della pesantezza burocratica dell’UE, mentre i prestiti cinesi si potrebbero essere concessi con maggiore immediatezza. Bruxelles, peraltro, richiederebbe delle clausole di condizionalità legate ai finanziamenti, relativamente a una governance democratica e alla trasparenza.
Gli istituti Confucio e l’apporto dei media e dei think tanks cinesi hanno permesso la diffusione una maggiore apertura nei confronti della cultura cinese. Al contrario, la dichiarazione del commissario europeo per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento, Johannes Hahn, evidenzia una sottovalutazione dell’UE nei confronti delle capacità cinesi di soft power e conferma l’eccessiva superficialità europea nell’approccio al problema.