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La riforma di Hong Kong sull’estradizione polarizza i poteri mondiali

In cinese, il verbo ‘estradare’ è reso con l’espressione yǐndù, composta da due morfemi, rispettivamente con il significato di ‘guidare’ e ‘attraverso’. Alla base, conserva perciò poco del carattere autoritativo derivante dall’etimologia latina, ex-tradere, consegnare al di fuori. Si può, quindi, con lo stesso termine condannare qualcuno all’espatrio e accompagnarlo fuori da un labirinto. L’ambivalenza di un termine, oltre a porsi come linguisticamente eclettico, simboleggia lo spartiacque tra le visioni opposte sulla legge in tema di estradizione, in discussione da aprile nel Consiglio Legislativo, abbreviato solitamente in LegCo, della Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong.

Nel 1984, la Repubblica Popolare Cinese e il Regno Unito firmarono un trattato bilaterale denominato Dichiarazione congiunta sino-britannica, che pose fine, dopo 156 anni, al dominio inglese sul territorio di Hong Kong. Nel 1997, la sovranità di quest’ultimo venne trasferita definitivamente alla Cina, sotto un regime di autonomia particolare della durata di cinquant’anni. Questa soluzione, raggiunta durante le trattative, fu definita dall’allora presidente Deng Xiaoping, un Paese, due sistemi, per rappresentare l’indipendenza totale di Hong Kong, esclusi gli ambiti degli affari internazionali e della difesa. Consequenzialmente, la regione ha da allora un proprio governo, un proprio organo legislativo e proprie corti di giustizia.

Tale situazione di autodeterminazione, però, potrebbe essere lesa consistentemente dal disegno di legge sull’estradizione proposto dal Governo centrale nel febbraio scorso, poi approdato al LegCo a fine aprile. In particolare, il decreto prevede la possibilità, da parte dell’esecutivo, di consegnare soggetti sospettati di aver commesso un crimine a giurisdizioni con le quali Hong Kong non ha, né formalmente né sostanzialmente, accordi preliminari in termini di estradizione, quali  Cina e Taiwan.

La miccia scatenante il dibattito, culminato nella proposta di legge, ha avuto origine proprio dall’impossibilità di estradare un ragazzo che, dopo aver commesso un omicidio a Taiwan nell’estate del 2018, è poi rientrato a Hong Kong. Questo drammatico episodio è stato utilizzato come esempio per evidenziare la necessità e l’urgenza di un ampliamento della materia in questione.

Il timore, però, che questa legge possa minare l’indipendenza di Hong Kong e cedere al potere strumentale della Cina è talmente alto che persino Taiwan ha affermato che potrebbe non collaborare se la proposta venisse portata avanti. Il ministro della Giustizia taiwanese ha dichiarato: “È indispensabile che questo caso venga separato dalla legislazione per evitare che una cooperazione giudiziaria si intrecci con i problemi puramente politici”.

Inoltre, sussisterebbe una problematica non indifferente di retroattività della legge qualora fosse applicata alla vicenda taiwanese, dovendo includere quindi una deroga speciale.

La tensione tra i due partiti pro-Pechino e pro-democratici dell’organo legislativo hongkonghese è esplosa a metà maggio, quando le due fazioni, non sapendo più esprimere le proprie contraddittorietà verbalmente, hanno usato la violenza per togliersi la parola a vicenda in aula. Un membro dell’opposizione è stato trasportato fuori dai soccorsi dopo essere caduto dai banchi, nel tentativo di strappare di mano il microfono a un esponente conservatore.

L’astio verso la riforma non ha coinvolto solo i membri del LegCo, ma anche i cittadini comuni, che hanno marciato di fronte al palazzo del LegCo per protestare. Decine di migliaia di persone riunite in una delle più grandi manifestazioni della metropoli dalla storica ‘rivoluzione degli ombrelli’ del 2014. Manifestazione che si è potuta svolgere senza che l’esercito intervenisse, in quanto Hong Kong è l’unica porzione di territorio cinese in cui è consentita la libertà piena di espressione e la commemorazione delle proteste di piazza Tiananmen del 1989 (vietate nel resto del paese e, soprattutto, a Pechino).

Anche gli Stati Uniti e l’ufficio dell’Unione Europea presso Hong Kong e Macao hanno espresso le loro perplessità nei confronti della nuova norma. Il segretario di stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha dichiarato: “La legislazione proposta minaccia l’autonomia di Hong Kong, che invece dovrebbe promuovere la ormai consolidata protezione dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dei valori democratici garantiti dalla Basic Law”, cioè la piccola Costituzione alla base dell’ordinamento di Hong Kong.

In risposta all’esposizione degli Stati Uniti nelle vicende narrate, il portavoce del Ministero degli esteri cinese, Lu Kang, ha controbattuto che, invece, la legge in discussione aiuterebbe Hong Kong a sviluppare meglio accordi sui fuggitivi e sull’assistenza legale reciproca con gli altri paesi, così da combattere la criminalità e garantire lo stato di diritto.

Si rileva, quindi, il ruolo cruciale che questa nuova fattispecie normativa ricopre sulla scena mondiale: diverse interviste effettuate dal Washington Post evidenziano che la preoccupazione generale dei cittadini di altri stati deriva dalla possibilità di diventare ostaggi potenziali delle pretese di estradizione cinesi, guidate unicamente dall’agenda a carattere politico di Pechino.

Dopo gli avvenimenti dello scorso mese, la seconda lettura della proposta è stata interrotta e riprenderà il prossimo 12 giugno. Infatti, affinché una proposta diventi concretamente legge deve passare attraverso tre separate letture, ma ha bisogno solamente di una maggioranza semplice, cioè 35 voti, per essere approvata, poiché il Consiglio Legislativo è un corpo unicamerale composto solo da 70 membri.

L’esito sulla possibile approvazione è incerto proprio per via degli schieramenti che sono andati formandosi; soluzioni intermedie, soprattutto dall’opposizione, vengono plasmate con il sostegno dell’ordine degli avvocati e delle corti di giustizia. Esempio in tal senso è la possibilità per i sospettati trasferiti per il processo in Cina di scontare la pena a Hong Kong e di permettere l’estradizione solo per i reati che comporterebbero dai sette anni di reclusione in su.
L’attuazione della normativa, in conclusione, non riguarderà solamente i problemi interni e triangolari tra Taiwan, Hong Kong e la Cina, bensì coinvolgerà numerosi altri stati preoccupati per i propri cittadini residenti. Le tensioni con gli Stati Uniti, già palpabili sul piano commerciale, si estenderebbero così al campo del diritto. D’altro canto, con paesi finora rimasti neutrali, quali il Canada e gli stati membri dell’UE, si creerebbero argomenti di contrasto non indifferenti.