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Le sanzioni contro la Siria: storia di una strategia che divide

L’Unione Europea è il maggior donatore di aiuti umanitari alla Siria e alla regione. Dall’inizio del conflitto nel 2011, l’UE e i suoi stati membri hanno stanziato oltre €17 miliardi di aiuti. A partire dal 2011, il Consiglio ha adottato sanzioni nei confronti dei responsabili della violenta repressione contro la popolazione civile”. In queste frasi, tratte della pagina ufficiale del Consiglio UE, è riassunta la contraddizione che da anni è insita nella strategia dell’UE per la Siria: gli aiuti umanitari per la popolazione colpita dal conflitto, da una parte, e dall’altra delle sanzioni il cui unico risultato è probabilmente quello di inasprire le condizioni di vita di quella stessa popolazione civile vittima della guerra.

La strategia dell’UE in Siria si articola su sei punti chiave: l’appoggio alla fine della guerra; il sostegno a una transizione politica inclusiva; l’attenzione ai bisogni umanitari delle fasce più deboli della popolazione; la promozione dei diritti umani, della democrazia e della libertà di espressione; il riconoscimento dei criminali di guerra e dei crimini da loro commessi; infine, il sostegno della resilienza della popolazione siriana. Le sanzioni rappresentano davvero la maniera più efficace per portare a termine questa strategia?

Nel maggio del 2011, l’Unione approvò le sanzioni contro la Siria di Bashar al-Assad. Entrarono ufficialmente in vigore a partire dal 14 dicembre del 2011 e, da allora, vengono riesaminate annualmente. L’ultima volta, il 17 maggio 2019 il Consiglio ha prorogato le sanzioni fino al 1 giugno del 2020.

Le sanzioni si ripercuotono su 269 persone fisiche, ritenute responsabili della repressione della popolazione civile in Siria e/o sostenitori del regime. A queste viene impedito di viaggiare e i loro beni sono stati congelati. Non solo persone fisiche. Le sanzioni riguardano anche 69 enti, i cui beni sono stati bloccati. Inoltre, vi è un embargo sul petrolio; sono stati congelati i beni della banca centrale siriana nell’Unione Europea; infine, sono state applicate delle restrizioni sugli investimenti, sul commercio, sull’esportazione di armi che potrebbero essere usate per la repressione della popolazione e sulle tecnologie volte a monitorare le comunicazioni telefoniche.

Gli Stati Uniti, che già prima dell’inizio del conflitto avevano imposto sanzioni a cittadini o enti siriani considerati legati al terrorismo e, in generale, ad azioni destabilizzanti in Medio Oriente, inasprirono le sanzioni dopo le rivolte del 2011. Le misure adottate dal Governo statunitense sono decisamente più aspre di quelle europee. Obama firmò un ordine esecutivo per il congelamento dei beni del Governo di Damasco, proibendo qualsiasi tipo di transazione tra cittadini nordamericani e il regime di Bashar al Assad. L’ordine impedisce, tra l’altro, agli statunitensi, di investire nel paese e ferma le importazioni di petrolio dalla Siria.

Le sanzioni alla Siria sono quantomeno controverse. Le critiche provengono da vari fronti: secondo Elizabeth Hoff, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Siria, penalizzarebbero l’importazione di medicinali specifici, ostacolando le compagnie farmaceutiche internazionali nel commercio con le autorità siriane e le banche straniere nella gestione dei pagamenti. Secondo Idriss Jazairy, relatore speciale sull’impatto avverso delle misure coercitive unilaterali delle Nazioni Unite, le sanzioni peggiorerebbero le già precarie condizioni di vita di parte della popolazione siriana. Infine, il Governo siriano stesso è estremamente critico nei confronti delle sanzioni, che avrebbero ripercussioni anche e soprattutto sui civili, e non solo sulle autorità militari e di governo.

Né gli Stati Uniti, né l’UE hanno finora intenzione di revocare le sanzioni alla Siria. Gli States non sembrano voler cambiare rotta nel breve periodo. Neanche Bruxelles ha intenzione di fare marcia indietro sulle sanzioni, almeno “fintanto che la repressione continuerà”.È indubbio che le sanzioni stiano avendo un effetto negativo sull’economia siriana: esse sono infatti in parte responsabili della forte diminuzione della produzione del petrolio in un paese fortemente dipendente dal commercio del greggio. Se questo saprà condurre a un cambiamento nella politica di Assad, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti del dissenso interno, è invece difficile da dimostrare.