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Il grande vuoto: la stampa USA e le elezioni europee

Sull’importanza delle elezioni appena svoltesi per il rinnovo del Parlamento europeo sono state spese, nel corso delle ultime settimane, molte parole. Lo scorso 2 maggio, il portavoce del Parlamento europeo, Jaume Duch Guillot, aveva dichiarato che la tornata elettorale appena trascorsa sarebbe stata la più importante dall’inizio dell’Unione Europea, perché in tale circostanza i cittadini avrebbero scelto se “andare avanti con l’integrazione europea”.

Sergio Mattarella e altri 21 capi di Stato europei avevano infatti firmato un appello intitolato È la migliore idea che abbiamo avuto, nel quale era scritto: “La nostra Europa unita ha bisogno di un voto forte da parte dei popoli, ed è per questo che vi chiediamo di esercitare il vostro diritto a votare. È un voto sul nostro comune futuro europeo”. E ancora: “Le elezioni del 2019 hanno un’importanza speciale: siete voi, cittadini europei, a scegliere quale direzione prenderà l’Unione Europea”.

Le elezioni conclusesi il 26 maggio hanno riguardato, secondo i dati Eurostat, un’entità politica popolata nel 2018 da 512 milioni di cittadini (incluso il Regno Unito), e fonte, nel 2015, del 23.8% del prodotto interno lordo mondiale. Nonostante l’eventuale uscita del Regno Unito, l’UE resterà una delle regioni politicamente e culturalmente integrate più importanti del pianeta.

Stupisce, allora, dover constatare come non sia stato riservato grande spazio al tema delle elezioni europee sulle pagine web della stampa americana. Non se ne sta occupando in modo molto approfondito il New York Times, che nel periodo compreso tra il 26 marzo e il 26 aprile ha dedicato al tema un numero non significativo di articoli. L’attenzione ha iniziato a ridestarsi solo, indicativamente, dal 12 maggio scorso, ossia due settimane prima dell’evento.

Lo stesso discorso può essere fatto per il Wall Street Journal. Potranno le elezioni europee avere ripercussioni sull’economia americana? Forse. Certamente rappresenta un tema del quale uno dei principali quotidiani al mondo di economia e finanza si sarebbe potuto – o dovuto – occupare. Invece, se si replica per il Wall Street Journal la stessa ricerca effettuata per il New York Times, i risultati saranno altrettanto scarsi.

Nulla a che vedere, quindi, con la febbre che colpisce, per esempio, la stampa italiana, quando negli Stati Uniti è in corso la campagna elettorale per le presidenziali oltreoceano. Quali potrebbero essere le ragioni di un tale disinteresse?

In primis, bisogna sottolineare come, oggi, gli Stati Uniti siano poco attratti dalle relazioni con l’Unione Europea. In A post-American Europe and the future of U.S. strategy, pubblicato nel 2017 dalla Brookings Institution, Thomas Wright scrive: “Negli ultimi 10 anni, a partire dall’amministrazione Obama e ancora di più con la presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti si sono diplomaticamente e politicamente ritirati dall’Europa”. E aggiunge: “Mentre il Continente affronta una vasta gamma di problemi – le relazioni con la Russia, la crisi dei rifugiati, l’erosione della democrazia nell’Europa centro-orientale, la Brexit, i separatismi regionali, le difficili relazioni con la Turchia, e il terrorismo – Washington è notevolmente avulsa dagli sforzi per risolverli”. Si potrebbe quindi dedurre che l’Unione Europea, non essendo, fin dai tempi di Obama, una priorità nell’agenda politica dei governi americani, non riesca, di conseguenza, a trovare spazio tra le notizie della stampa a stelle e strisce.

Certo, la stampa americana non sarebbe obbligata a ignorare quello che accade nell’Unione Europea solo perchè lo fa il Governo. L’atteggiamento dei giornali statunitensi nei confronti della politica europea sarebbe, dunque, la conferma di quanto si paventa ormai da tempo: dal punto di vista geopolitico, l’Unione Europea conta sempre meno.

Già nel 2014, Pietro Grasso, ai tempi presidente del Senato, dichiarò: “L’Unione Europea non ha finora espresso il potenziale politico, umano ed economico che deriva dalle nostre dimensioni, dalla nostra storia e dai nostri doveri nei confronti della comunità internazionale”. Grasso, inoltre, proseguiva: “Nelle due aree della nostra politica di vicinato, il Grande Mediterraneo e i confini orientali, dovremo sapere rispondere con processi politici strategici pragmatici e attenti al nostro interesse, superando per sempre l’epoca dell’attendismo e conferendo forza e sostegno, in ogni tema e quadrante, all’azione politica della nuova alta rappresentante [Federica Mogherini] e del Servizio di Azione Esterna”. In caso di mancato adempimento di questi compiti, la conseguenza sarebbe stata, appunto, l’“irrilevanza geopolitica”.

Il 14 aprile 2018, parlando dell’attacco portato alla Siria da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, Giuseppe Vatinno, ex deputato per Alleanza per l’Italia e per l’Italia dei Valori, scrisse: “L’attacco […] segna e ribadisce un fatto ormai evidente da anni: l’Unione Europea non conta nulla a livello internazionale”; aggiungendo che l’Unione Europea è percepita dai cittadini come “una produttrice di veti, un organismo puramente burocratico che in casi importanti, come quello siriano, semplicemente non esiste”.

Un’altra possibile spiegazione risiederebbe nelle diversità che caratterizzano il sistema politico statunitense e quello dell’Unione Europea. Le elezioni negli Stati Uniti si caratterizzano per uno scontro tra due soli partiti, quello Democratico e quello Repubblicano, capeggiati da due candidati solitamente in grado di catalizzare l’attenzione della popolazione e dei media. Nell’Unione Europea, il contesto partitico-leaderistico appare, invece, molto più frammentato. All’interno di ogni stato membro dell’Unione, si presentano i partiti ‘tipici’ di quel Paese e ogni ‘corrente’ (quella sovranista, quella liberale, quella socialdemocratica) si caratterizza per la presenza di più di un leader in grado di rappresentarla. A mero titolo esemplificativo, per i sovranisti potrebbero venire in mente personalità come Matteo Salvini,  Marine Le Pen, Viktor Orban e Nigel Farage. La scarsa rilevanza geopolitica, unita al contesto partitico frammentato e caratterizzato da troppe correnti, troppi leader di riferimento e bassa polarizzazione del dibattito per gli standard americani, renderebbe scarso l’appeal che i media statunitensi provano per le elezioni europee.

Appare, inoltre, opportuno evidenziare un’altra rilevante circostanza. La nuova Commissione europea inizierà il proprio mandato il primo novembre 2019. Il  3 novembre 2020 si terranno negli Stati Uniti le elezioni per eleggere il nuovo presidente, il quale potrebbe essere ancora una volta Trump, un altro repubblicano (a lui politicamente più o meno vicino), o un democratico. Le relazioni fra l’attuale amministrazione americana e la nuova composizione della Commissione europea potrebbero, quindi, durare solo un anno.

Perché, allora preoccuparsene così tanto?

All’analisi sin qui effettuata, occorre aggiungere una precisazione. Se è vero che la stampa statunitense non sembra essersi preoccupata particolarmente delle elezioni europee, per le possibili ragioni ricostruite, tuttavia, anche la grande stampa del Vecchio Continente, in passato, è apparsa ‘allergica’ alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

Marinella Belluati, docente di Sociologia della comunicazione presso l’Università degli Studi di Torino, ha studiato come e quanto cinque importanti giornali europei (La Stampa, Le Monde, El Paìs, The Guardian e Süddeutsche Zeitung) abbiamo seguito le elezioni europee del 2014. L’analisi ha preso in considerazione “tutti gli articoli in cui era presente un riferimento esplicito alle elezioni europee 2014”. I risultati sono raccolti in un saggio intitolato Elezioni europee 2014: verso l’europeizzazione dello spazio pubblico?

Le principali conclusioni alle quali giunge il paper sono le seguenti.

In primis, l’attenzione dei quotidiani nei confronti delle elezioni europee è cresciuta lentamente, raggiungendo l’apice solo la settimana prima del voto, segno che “le campagne elettorali europee, in un contesto giornalistico sempre più affollato di notizie, mantengono una capacità limitata di catalizzare interesse”.

In seconda battuta, i contenuti della maggior parte degli articoli analizzati erano declinati in chiave nazionale. Ciò, soprattutto, a causa della circostanza per cui “molto del dibattito si è concentrato sulle ricadute che i partiti euroscettici di matrice populista avrebbero avuto sul piano nazionale”.

In terza istanza, la visibilità dei leader candidati alla presidenza della Commissione europea è stata scarsa, anche se più alta del previsto. Sebbene, nel complesso, si sia potuta constatare “una maggiore apertura verso contenuti europei”, si è dovuto ammettere “che il livello di approfondimento è ancora piuttosto scarso come il fatto che la leadership europea eserciti ancora poca attrattiva per il discorso giornalistico”.

Difficile, in conclusione, predire se l’esito delle elezioni europee possa attirare l’attenzione dell’amministrazione Trump e della stampa americana. I partiti euroscettici, ideologicamente più vicini a Trump, hanno ottenuto ottimi risultati in Italia, Francia, Regno Unito e Ungheria, ma nel complesso non hanno trionfato. La prossima maggioranza che si creerà all’interno del Parlamento europeo sarà, salvo sorprese, composta dalle forze mainstream appartenenti ai popolari, ai socialisti e ai liberal-democratici.

Nulla, forse, di giornalisticamente interessante per la stampa statunitense.

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