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Elezioni europee: l’Africa con il fiato sospeso

La scorsa settimana, 400 milioni di cittadini europei sono stati chiamati alle urne per decidere della composizione del Parlamento europeo (PE), il cui mandato durerà fino al 2024. Con un’affluenza intorno al 51% degli aventi diritto, la più alta degli ultimi vent’anni, le elezioni europee 2019 hanno visto confermarsi ai primi posti (a livello aggregato) il Partito Popolare e, subito a seguire, i Socialisti e Democratici.

Durante le ultime settimane di campagna elettorale, le più contraddittorie della storia europea, il mondo è rimasto in attesa, col fiato sospeso. Tra i partner commerciali e politici dell’Unione, il mondo africano è stato sicuramente quello più attento, conscio dell’opportunità o del rischio che si sarebbero potuti presentare.

L’Africa e l’Unione

I rapporti tra l’UE e l’Africa subsahariana sono governati attualmente dall’Accordo di Cotonou, che costituisce la base per le relazioni tra l’UE e i 78 paesi del gruppo ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). L’accordo affonda le radici nelle Convenzioni di Lomè (I-IV) che, tra il 1975 e il 2000, consentirono al 99,5% dei prodotti degli stati firmatari di accedere al mercato europeo. L’evoluzione delle relazioni tra UE e stati ACP ha portato a Cotonou, siglato nel 2000 con durata ventennale, quindi in scadenza il prossimo anno. Questa è, dunque, una delle partite più importanti che il Parlamento europeo e lo stesso continente africano dovranno giocare nei prossimi mesi.

Un anno di tempo

Il nuovo Parlamento europeo non si troverà allo sbaraglio: le discussioni sul ‘post-Cotonou’ sono già state avviate nel 2015, con un processo di valutazione degli obiettivi raggiunti. Nel 2016, sono state proposte varie ’opzioni strategiche’ per il futuro;  una proposta in particolare è stata discussa e approvata dal PE nel primo semestre del 2018 con la risoluzione 2634. La Commissione europea ha così dato avvio ai negoziati che dovranno necessariamente portare ad un accordo entro la scadenza del 2020.

Nonostante la volontà del Parlamento, gli ostacoli da superare sono costituiti direttamente dai paesi dell’ACP, restii al cambiamento e fedeli allo status quo. Secondo un dossier del 2017 del Centro Europeo per la Gestione delle Politiche per lo Sviluppo (ECDPM), think tank finanziato da alcuni stati europei, quello che manca, da parte loro, è una visione più ampia e matura delle dinamiche regionali e continentali, nonostante gli interessi in gioco siano altissimi.

L’importanza della cooperazione

L’accordo getta le fondamenta giuridiche di tutti gli strumenti finanziari che l’Unione Europea destina alla cooperazione e allo sviluppo in questa porzione di mondo. I più importanti sono il Fondo Europeo di Sviluppo (FES), il Programma Panafricano (PANAF), e i vari Accordi di Partenariato Economico (APE).

Con ordine: il FES, con un budget di circa €29 miliardi, finanzia in tutti gli stati firmatari  politiche e programmi di cooperazione nazionali e regionali. In assoluto, è lo strumento di cooperazione più influente. Il secondo, con €845 milioni di contributi finanziari, sostiene le strategie congiunte e le attività nazionali e transnazionali. Infine, ci sono gli APE, volti a promuovere scambi commerciali tra l’Unione e le varie regioni africane. Questi accordi commerciali, compatibili con l’OMC, non hanno sortito gli effetti desiderati, tanto da indurre l’UE a istituire un regolamento di accesso al mercato valido fino al 2014, poi prorogato. Tutti questi strumenti, con l’Accordo di Cotonou agli sgoccioli, potrebbero mutare sia nella forma sia nel contenuto. Dai qui, l’importanza di una visione per il futuro dei rapporti UE-Africa.

Le critiche a Cotonou

Il problema di fondo risiede nello sfasamento tra i principi ambiziosi dell’Accordo e la loro reale applicazione pratica. Come recentemente evidenziato su Osservatorio Diritti, infatti, c’è un netto prevalere dell’agenda politica europea sui reali bisogni degli stati firmatari. La maggior parte dei fondi destinati alla cooperazione internazionale, anziché essere allocati per progetti economico-sociali, sono spesso stati investiti nella sicurezza e nel controllo dell’immigrazione: temi più cari agli europei che utili agli stati su cui si attuano queste politiche – sebbene con importanti risvolti politici.

Da parte loro, i paesi, soprattutto africani, non riescono a creare una reale agenda politica in grado di modificare i meccanismi di allocazione delle risorse. L’ECDPM, nel dossier di cui sopra, sottolineava che “La rivitalizzazione tanto attesa, non è avvenuta. Semmai, le fondamenta politiche e istituzionali delle relazioni EU-ACP sono diventate ancora più fragili”.

I nuovi negoziati

La Commissione europea, nell’ottica di controllare maggiormente l’allocazione e la programmazione dei fondi, ha deciso di portare avanti una proposta di un sistema ‘a ombrello’. Un accordo diviso in moduli, con una parte valida per tutti, costituita dai principi base, unita a tre distinte partnership regionali.

Le discussioni sul futuro delle relazioni tra paesi dell’Unione e paesi africani sono ancora in corso e saranno presto all’ordine del giorno del nuovo Parlamento europeo. Quest’ultimo si riunirà per la prima sessione ufficiale il 2 luglio 2019 e dovrà eleggere la nuova Commissione, organo di fondamentale importanza nella definizione della linea di azione delle istituzioni comunitarie.

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