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Identità nazionale o ‘border correction’?

A distanza di un anno e mezzo dalla chiusura del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, il 17 maggio scorso il Parlamento del Kosovo ha approvato una risoluzione di condanna del ‘genocidio’ commesso dalla Serbia in Kosovo durante la guerra del 1998-1999, chiedendo, inoltre, l’istituzione di un nuovo tribunale che giudichi i crimini di guerra.

In questi anni, molti esponenti politici e membri delle forze armate degli Stati dell’ex-Yugoslavia sono stati indagati con l’accusa di aver violato il diritto internazionale umanitario e sono stati dichiarati responsabili di aver commesso crimini contro l’umanità. L’organo competente a giudicare i reati commessi durante i conflitti avvenuti nella regione balcanica era il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIJ), istituito all’Aja nel 1993 con la Risoluzione 827 delle Nazioni Unite. Dopo 25 anni di attività e dopo aver emanato quasi 90 sentenze di condanna, il Tribunale ha chiuso i battenti nel dicembre 2017. In molti hanno parlato di fallimento, qualificando il TPIJ come un “tribunale politico” che, indirettamente, ha nobilitato gli imputati presentandoli alle opinioni pubbliche  come “eroi nazionali”. Altri hanno invece sostenuto che il Tribunale abbia raccolto un importante numero di memorie e testimonianze del tragico conflitto.

Quale che siano le opinioni, si può sostenere che il TPIJ abbia avuto una funzione di ‘corte temporanea’; tant’è che ha passato il testimone al Meccanismo Internazionale Residuale per i Tribunali Penali (MICT), il quale ha il compito di definire i giudizi pendenti.

Nonostante quindi l’attività giudiziaria abbia fatto il suo corso, riconoscendo colpevoli molte forze politiche e militari serbe, il Kosovo ha deciso di risollevare la questione dopo vent’anni e di denunciare la Serbia per ‘genocidio’. Per contro, Milovan Drecun, il capo della commissione per il Kosovo al Parlamento serbo, suppone che la risoluzione sia stata invece un tentativo di adombrare i delitti eseguiti dall’UCK, l’Esercito di liberazione del Kosovo, di cui ha fatto parte anche l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaçi.

Le relazioni tra Belgrado e Pristina non fanno quindi altro che inasprirsi e lasciano poco spazio alla diplomazia. Ulteriori tentativi falliti di riconciliazione sono emersi nel vertice di Berlino del 29 aprile scorso, a cui hanno partecipato, oltre all’alta rappresentante Federica Mogherini, i presidenti di Montenegro, Bosnia, Kosovo, Serbia, Macedonia del Nord, Croazia e Slovenia, invitati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Macron, nella veste di mediatori. Il summit di Berlino ha avuto come esito un totale stallo dei negoziati per l’integrazione europea dell’Albania e la stabilità della regione balcanica, minacciata dalle recenti tensioni tra Kosovo e Serbia. La scorsa estate, il Kosovo ha imposto dei dazi al 100% sui prodotti serbi e bosniaci, con la minaccia di revocarli soltanto dopo il riconoscimento della propria indipendenza da parte della Serbia.

In particolare, il presidente serbo Aleksandar Vučić si è detto scontento per la decisione assunta dall’omologo di voler rinunciare all’idea di una demarcazione (uno scambio) territoriale tra Serbia e Kosovo. Tale prospettiva nacque nell’ottobre del 2018, durante una conferenza in Austria, quando i negoziati tra i due paesi sfociarono nel proposito di uno scambio di territori, in inglese ‘border correction’, che coinvolgerebbe il nord del Kosovo e alcuni distretti serbi con minoranza albanese. Il piano è stato duramente criticato dalla Germania, la quale auspica il mantenimento dell’unità nazionale di entrambi i paesi, e dagli altri paesi balcanici, i quali temono si possano verificare conseguenze negative in tutta la regione.

Al termine del vertice di Berlino, Vučić ha sostenuto che la Serbia non vanta nessun appoggio né sul fronte interno né su quello estero. Il presidente serbo biasima sia il Governo, incapace di fare pressione sulla questione del Kosovo e far approvare la propria linea, sia i propri oppositori. Sul piano internazionale, l’UE e gli Stati Uniti si astengono da un intervento pressante sulla questione e mantengono una posizione comune, come ha affermato Palmer, vice assistente del segretario di Stato statunitense: “La visione degli Stati Uniti, ma anche quella dell’UE, è rimasta uguale ed è molto semplice: la prosperità e la pace nei Balcani; una regione che vive in pace con se stessa e con i suoi vicini, una regione ben integrata nell’Europa”. In attesa del prossimo vertice a Parigi, l’UE e gli USA vogliono evitare qualsiasi influenza russa e cinese sulla regione.

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