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L’Italia, capofila tra i paesi euroscettici, mira ad ammorbidire la prossima Commissione europea

Le elezioni europee del prossimo 26 maggio sono ormai alle porte e a questa tornata si deciderà il futuro dell’Unione stessa. I partiti in corsa hanno esplicitato nei rispettivi programmi elettorali la propria posizione in merito all’assetto dell’UE, schierandosi a favore o contro lo status quo.

Come sottolineato da The Atlantic, alcuni guardano alla tornata come a una seconda Brexit: una scelta netta tra un ’Sì’ e un ’No’ sul futuro dell’Unione. Tuttavia, è forse più calzante il parallelo con le elezioni politiche del 4 marzo scorso in Italia. Il nostro paese sta infatti vivendo, da ormai più di un anno, l’esperimento politico del cosiddetto ‘Governo del cambiamento’: un nome che, almeno nelle intenzioni, rimarca la differenza con le esperienze politiche passate.

Finora le politiche economiche perseguite dai singoli stati prima, e dall’Unione Europea poi, sono state ispirate dalla volontà di favorire il comparto industriale e finanziario, ovvero quei comparti comunemente descritti come ‘gli investitori’. Di qui, la necessità di mantenere una politica economica rigorista.

L’esperienza ‘populista’ italiana, che è la prima tra i grandi paesi europei e funge da apripista per tutti i candidati anti-establishment, ha, seppur debolmente, cambiato gli obiettivi delle politiche economiche italiane favorendo non più gli investitori, bensì le classi meno abbienti, tramite una politica economica maggiormente redistributiva.

Una scommessa dietro queste elezioni europee, almeno sul piano economico, diventa dunque quella di cambiare i beneficiari delle politiche economiche dell’Unione e dimostrare che è possibile avere una buona crescita economica anche non seguendo le ricette tradizionali. Questa prospettiva – uscire dalle regole alla base della globalizzazione e dell’internazionalizzazione – ha chiaramente dato origine a più proposte politiche, che spaziano da destra a sinistra, da Trump a Corbyn, da Lega e Movimento 5 Stelle in Italia ai Verdi in Germania. Non si tratterà, quindi, di un referendum sull’Europa, quanto di un riassetto dell’agenda politica europea.

La situazione italiana è in questo senso emblematica. Da una parte, il Nuovo Centrodestra di Salvini-Meloni, pesantemente euroscettico e nazionalista; dall’altra, il centrosinistra, che sostiene un progetto di riforme pienamente liberal-democratico, nel solco delle precedenti grandi riforme europee. Infine, il Movimento 5 Stelle, che si pone in una posizione di compromesso sulla necessità di cambiare le politiche economiche europee, senza rinnegare l’unione. Quest’ultimo progetto incarna una posizione molto pragmatica, poiché fa riferimento all’eventuale successo economico della ‘manovra del popolo’, cioè alla propria politica economica.

Occorre, dunque, analizzare quali siano i nostri dati economici alla vigilia delle elezioni. Sostanzialmente stabili, a livello di PIL nominale rispetto all’anno precedente. A certificarlo è l’ISTAT, che, nella propria stima preliminare, ha assegnato un +0,2% per il primo trimestre del 2019, rispetto allo stesso periodo del 2018. Su base annua, invece, l’ISTAT prevede un +0,2%, un magro risultato rispetto all’1% previsto dal Governo. Quest’ultima soglia è associata dal ministro dell’Economia Tria alla sfavorevole congiuntura internazionale, indicando come la media UE, per Eurostat, sia solo di +0,4% (la Francia, ad esempio, ha una crescita stimata del +0,3%). Dal canto suo, il premier Conte ha ribadito in più occasioni la fiducia nella crescita a partire dalla seconda metà del 2019, quando si dovrebbe dispiegare appieno la manovra del 2018.

Altro tema cruciale in Italia, su cui Governo e partiti di maggioranza hanno scommesso con il Decreto Dignità, Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, è quello del rilancio dell’occupazione e della sua qualità. Sempre stando ai dati ISTAT, nell’ultimo anno, l’occupazione è aumentata di +0,5%, specialmente a tempo determinato, con le partite IVA, rispettivamente +61.000 e +51.000 lavoratori, rispetto all’anno precedente. Dati che concedono un sospiro di sollievo ai membri del Governo, che, nel frattempo, prepara una grande offensiva politica per il prossimo Europarlamento e, soprattutto, per la Commissione europea.

La maggioranza spera infatti in un buon risultato in Italia tra le due forze politiche, puntando a imporre un proprio uomo alla Commissione (tra i nomi papabili, vi è anche Enzo Moavero Milanesi, attuale inquilino della Farnesina), in modo da avere un alleato nell’organismo che decide le sorti delle politiche economiche dei paesi membri dell’Unione.

Nel dicembre scorso si è assistito a una guerra mediatica tra Commissione europea e Governo italiano su pochi decimali di deficit (dal 2,4% al 2,04%). Un buon successo dei partiti euroscettici potrebbe, in un certo senso, riavvicinare l’Italia, oggi isolata politicamente, all’Europa, passando dallo sforamento dei vincoli di bilancio e dall’archiviazione della politica di austerity.Sembra, però, che il terreno di avvicinamento tra euroscettici sia di carattere superficiale, specialmente su temi caldi come immigrazione e sicurezza. Di tutt’altro avviso si mostrano sulle ricette economiche da applicare (per alcuni, come il Governo austriaco, ancora più rigide delle precedenti). Per questo motivo potrebbe anche accadere che, dopo tutta la retorica elettorale di questi partiti, il risultato rimanga affine a quelli precedenti, con il rischio che “si cambi tutto affinché nulla cambi”, come recita la famosa citazione de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.