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PROSUR: utopia o passo decisivo verso l’integrazione dell’America Latina?

Lo scorso 22 marzo i presidenti di 8 Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Paraguay e Guyana) hanno firmato la Dichiarazione di Santiago che ha sancito la nascita del Foro para el progreso de America del Sur (PROSUR).

Come dai più sostenuto, il PROSUR nasce dalle ceneri della precedente Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR). L’unione nacque nel 2008 per volontà del ‘polo socialista’ composto da Argentina, Brasile e Venezuela, ma entrò in crisi nel 2017 per la mancanza di consenso sulla nomina del segretario generale – l’organo esecutivo dell’organizzazione – e per divergenze sulla questione venezuelana. Si potrebbe dire che, ad un livello più profondo, la causa della differenza di veduta all’interno dell’ente sia da rintracciare nello spostamento dell’asse politico della regione sudamericana verso destra, in una posizione nettamente contrapposta all’ideologia che aveva animato l’UNASUR di Chavez, Lula da Silva e Kirchner.

Per tale motivo i presidenti artefici dell’attuale progetto, il colombiano Iván Duque e il cileno Sebastián Piñera, avrebbero ideato un nuovo organismo meno legato alle retoriche politiche degli Stati membri e pertanto garante di un efficace coordinamento politico e sviluppo economico. Non tutti, però, concordano sulla neutralità dell’ente.

Per esempio, non è passato inosservato che 7 degli 8 Paesi del PROSUR appartengano al Gruppo di Lima che, lo scorso agosto, ha annunciato la propria autosospensione dall’UNASUR per un anno poiché la presidenza pro tempore era stata assegnata al boliviano Morales.

La stessa scelta di escludere il Venezuela, inoltre, sebbene motivata dalla mancanza di requisiti fondamentali – economici e di diritto- pone dubbi sull’effettiva neutralità dell’organo e sulle possibilità di diventare un efficiente spazio di dialogo e collaborazione.

Le perplessità aumentano se si considera l’altro grande assente, il Messico di Obrador e lo scarso coinvolgimento del brasiliano Bolsonaro che, a differenza del predecessore Lula da Silva, sembrerebbe più interessato a consolidare le relazioni con partner “esterni” che quelle con i vicini.

Il presidente uruguayano Vázquez ritiene, inoltre, che la formazione di un nuovo blocco di integrazione non sia da salutare come segnale di unità e progresso, soprattutto se si considera che la precedente organizzazione è ancora in vigore. Nella regione, denuncia Vázquez, sono già presenti numerosi organismi che si sono sovrapposti a tal punto da risultare inefficienti: il Mercado Común del Sur (Mercosur), la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (Celade) e la Asociación Latinoamericana de Integración (Aladi). In realtà, questi sono soltanto alcuni degli organismi esistenti in America latina e caraibica, che in totale ammontano a circa una quarantina.

Se è vero che l’UNASUR non è ancora defunta, fa notare l’Economist, è innegabile che sia moribonda; la nuova organizzazione non sembra essere la strada giusta per unire il Sud America. Anche in questo caso, infatti, l’assenza del Venezuela e la netta prevalenza di governi di destra è indice dei nuovi equilibri della regione, che potrebbero essere sconvolti, nei prossimi anni, da nuovi turni elettorali.

In altri termini, si legge sul New York Times, la creazione del PROSUR conferma il corollario secondo cui in America latina è arduo avviare un processo di integrazione sul modello europeo, più verosimilmente si assiste alla formazione di “franchigie ideologiche dei governi di turno”.

Sicuramente, il proficuo numero di enti dimostra il desiderio degli Stati di rispondere congiuntamente alle sfide e ricoprire un ruolo di maggior rilievo a livello internazionale. Non è un caso che 9 Costituzioni sudamericane su 12 menzionino l’unità regionale, la quale, quindi, “nonostante il boom del nazionalismo è un’aspirazione che  approssimativamente l’80% dei latinoamericani appoggia”.Tuttavia, senza la creazione di fondi comuni, organi giuridici-istituzionali e forze di polizia risulta difficile concepire un’Unione effettiva che non sia vittima dei cambiamenti di governo. Per arrivare a questo traguardo, però, sarà necessario ridurre considerevolmente il numero di organismi interregionali, aumentare gli sforzi finanziari e delegare parte della sovranità nazionale, come si è visto nel caso europeo. Bisognerà vedere, dunque, se i leader della regione saranno disposti a compiere simili passi, in quanto, allo stato attuale, la strada da percorrere sembra ancora lunga.