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Quale soluzione per una crisi apparentemente infinita?

Si accendono nuovamente le tensioni in una delle zone più ‘calde’ del Medio Oriente: il 3 maggio scorso, al confine tra la Striscia di Gaza e lo stato di Israele sono piovuti razzi e missili provenienti da entrambe le parti in causa. Secondo l’esercito israeliano (Internazionale, 10/16 maggio 2019) sarebbero più di 600 i razzi e i missili lanciati da Gaza, 150 dei quali intercettati dal sistema antimissile. Sempre secondo l’esercito di Tel Aviv, i missili palestinesi avrebbero fatto quattro vittime tra i cittadini israeliani. Dal lato palestinese si parla, invece, di 260 obiettivi colpiti, 25 persone uccise, di cui 14 civili.

La violenza è scoppiata in seguito al ferimento di due militari israeliani, al confine, da parte di un combattente del Movimento per il Jihad islamico per la Palestina; in risposta, l’esercito israeliano ha ucciso quattro palestinesi. A seguire, raffiche di colpi di armi automatiche.

Occorre, tuttavia, fare un passo indietro per comprendere le reali cause dello scoppio delle violenze. Attualmente, la Striscia di Gaza è governata da Hamas, gruppo dapprima considerato prettamente terrorista dal governo di Netanyahu, ma che, recentemente, ha aperto il dialogo con Israele ed è ora riconosciuto come legittimo interlocutore. Nello stesso territorio, negli anni, è andato affermandosi un altro attore che mira a conquistare il consenso del popolo palestinese: il già citato Movimento per il Jihad islamico, demonizzato da Israele in quanto alleato con l’Iran, nemico giurato dello stato ebraico. Entrambe le forze traggono la loro legittimità dall’opposizione con lo stato israeliano.

Netanyahu ha tentato, considerati i notevoli impegni relativi a questioni interne – in particolare, nella costituzione di un Governo dopo le ultime elezioni e nell’organizzazione dell’Eurovision Song Contest, che quest’anno si è tenuto a Tel Aviv (con non poche polemiche) – di mantenere calma la situazione al confine con la Striscia. Tuttavia, l’ostilità nei confronti del Movimento non ha mai cessato di crescere, così come l’intolleranza nei confronti di Hamas, giudicata incapace di limitare le infiltrazioni terroristiche. Episodio indice dell’aumento delle tensioni è l’omicidio mirato contro un comandante di Hamas, Hamed Ahmad al-Khodary (considerato responsabile del trasferimento di denaro dall’Iran alla Striscia di Gaza), commesso dalle forze di sicurezza di Israele il 5 maggio scorso.

Dal lato palestinese, sembra invece che l’insofferenza nei confronti di Israele sia recentemente aumentata, in seguito a un ritardo nel trasferimento dei soldi che il Qatar invia regolarmente nella Striscia per pagare gli stipendi dei 400.000 funzionari di Hamas e aiutare le famiglie povere. Il mancato arrivo nei tempi previsti dei versamenti, necessari  per la sopravvivenza della popolazione della Striscia e per questo autorizzati da Israele, ha fatto crescere il sospetto di una responsabilità israeliana.

Da 10 anni, vige sul territorio della Striscia un blocco militare ed economico che impedisce uno sviluppo autonomo e libero di uno stato palestinese, così come gli scambi con l’esterno. Risultato: un’ovvia dipendenza della Striscia dagli aiuti umanitari e l’insediamento di correnti ideologiche divergenti in lotta per il governo del territorio.

Come abilmente riassunto da Muhammad Shehada (Id.), uno scrittore e attivista nato nella Striscia di Gaza: “Trattare i palestinesi come poveri (anziché impoveriti), miserabili (anziché immiseriti) e dipendenti dagli aiuti (anziché in lotta per l’autonomia) sono tutti modi stupidi e paternalistici per curare i sintomi di un malessere invece di affrontare le cause alla radice del male”. Solo abbandonando il paradigma economico dominante e mirando alla riconciliazione palestinese sarebbe possibile risolvere la situazione. Per far ciò, sarebbe necessario individuare innanzitutto un partner legittimo per le negoziazioni. Attualmente, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale è l’Autorità palestinese, al governo in Cisgiordania.

Tuttavia, la presa di direzione sopra descritta è in netta contrapposizione con quella recentemente intrapresa dall’amministrazione Trump, che, inoltre, si sta anche gradualmente disinteressando della questione. Per questo motivo – come richiesto formalmente in un appello firmato da 37 tra ex ministri degli Esteri ed ex funzionari di spicco europei e indirizzato all’alto rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, e agli attuali ministri degli Esteri europei – l’Unione Europea dovrebbe porsi a guida del processo e “abbracciare e promuovere un piano che rispetti i principi fondamentali del diritto internazionale”.
Un punto di svolta potrebbe essere rappresentato dal risultato delle elezioni europee, che si terranno alla fine del mese di maggio e che potrebbero portare a un rinnovato approccio alla questione israelo-palestinese.