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Il futuro dell’India

Narendra Modi sta concludendo il suo primo mandato di governo. In questi anni, il “guerriero nazionalista indù”, come lo si apostrofa dalle pagine del New York Times, votato a combattere i ‘nemici’ del paese, ha profondamente influenzato la politica nazionale, sotto il segno dell’accentramento del potere federale e della comunicazione politica, concentrati sulla figura del primo ministro.

In questa elezione, i programmi elettorali sono passati in secondo piano rispetto alla figura del leader. L’intensa personalizzazione dell’informazione è stata possibile grazie ai mass media e in particolare al favore dei principali canali televisivi privati, nei quali l’immagine di Modi è diventata pressoché onnipresente.

Il Partito Popolare Indiano (BJP) si è dotato di un’applicazione, la NaMo App, e di un canale televisivo, la NaMo TV, entrambi dedicati alla figura di Narendra Modi. Il premier ha, in più occasioni, dato prova di voler ‘bypassare’ i quotidiani tradizionali per comunicare direttamente con i cittadini indiani ed evitare così che i propri messaggi fossero filtrati da una classe giornalistica da lui più volte accusata di parzialità disonesta.

Lo stile personalistico di Modi riporta alla memoria vecchi fantasmi della politica indiana. Il premier è infatti stato più volte accostato all’ex prima ministra Indira Gandhi, la quale, seppure laica, cosmopolita, amante delle arti e con importanti legami con gli intellettuali dei paesi stranieri e quindi, in un certo senso, agli antipodi rispetto a Modi, fu oggetto di un analogo culto della personalità.

Nessun politico dopo di lei aveva raggiunto una celebrità paragonabile agli occhi del popolo indiano. Dopo aver partecipato alla guerra contro il Pakistan nel 1971, ci fu persino chi associava la leader alla dea indù Durga, la cacciatrice di demoni. Inoltre, tra il 1975 e il 1977, Gandhi dichiarò lo stato di emergenza a causa dell’instabilità interna, in nome della quale fu autorizzata a governare per decreto e a limitare le libertà individuali. Quando poi, nel 1977, ordinò le elezioni nazionali, confidando nell’approvazione del popolo indiano, quest’ultimo si espresse ampiamente a favore di un cambio di rotta. Gandhi perse il suo posto nel Lok Sabha e, per la prima volta dall’Indipendenza, non fu più il Congresso a tenere le redini del paese.

Saranno però i risultati di questa tornata a rivelare se Modi sarà accostato alla sua predecessora non solo nel momento dell’ascesa, ma anche in quello del declino.

Sul fronte istituzionale, d’altronde, dopo l’elezione di Modi con un’ampia maggioranza nel 2014, l’Esecutivo ha puntualmente aggirato il controllo del Parlamento, mettendo in atto le proprie politiche sotto forma di ordinanze. Le organizzazioni nate in seno alla società civile sono più volte state oggetto di inchieste, il lavoro dei magistrati è stato sempre più sorvegliato e numerosi oppositori di Modi sono stati intimiditi e puniti per aver espresso il proprio dissenso.

Dal 2014, si è assistito all’applicazione di alcune leggi controverse per ostacolare ogni forma di dimostrazione e insurrezione, soprattutto nel delicato territorio del Kashmir. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, le forze di sicurezza indiane avrebbero usato una violenza eccessiva nel tentativo di placare le proteste del 2016 nello Stato del Jammu e Kashmir. In base all’Atto sui Poteri Speciali delle Forze Armate (1990), i militari hanno ad esempio facoltà, in designate ‘aree disturbate’, di sparare e usare la forza che ritengano necessaria contro chi si riunisca o porti armi e esplosivi in contravvenzione a leggi o ordini vigenti e di procedere ad arresti senza garanzia.

Si tratta, in realtà, di norme già previste dalla Costituzione nel 1950. Alcune sono un retaggio delle leggi coloniali inglesi del 1870, come quella sulla sedizione. Sebbene elementi autoritari e antidemocratici esistessero già da tempo, questi hanno goduto di nuova linfa sotto il governo di Modi. Sulla scacchiera politica, la sua strategia è stata quella di opporsi alle élite di sinistra ‘cosmopolite e senza radici’.

Più in particolare, si possono individuare due principali nemici ricorrenti nei discorsi di Modi. Il primo, esterno, sarebbe il Pakistan, legato all’obiettivo del primo ministro indiano di dominio sul Kashmir. Il secondo, interno, è rappresentato dagli indiani musulmani.

Come afferma The Diplomat, storicamente gli indiani musulmani sono stati chiamati a dimostrare la propria lealtà al paese e a prendere le distanze dal vicino Pakistan. Tuttavia, la pressione sociale in tal senso si è accentuata sotto Modi. In seguito all’attacco dello scorso 14 febbraio, infatti, nel quale un gruppo terrorista islamico proveniente dal Pakistan ha fatto esplodere un convoglio delle forze di polizia indiane in Pulwama, nel Kashmir, gli indiani musulmani sono scesi in piazza per ribadire il loro disappunto verso il Pakistan. I manifestanti sono ricorsi a atti simbolici estremi. Ad esempio, le bandiere del Pakistan sono state bruciate, così come le effigi del suo primo ministro, Imran Khan. Inoltre, il think tank All India Muslim Unity Front ha affermato che “non c’è posto per il terrorismo nell’Islam”. Metodi di espressione diversi, ma uniti da una medesima volontà: ribadire la loro appartenenza alla nazione indiana, illegittimamente messa in dubbio.

In seguito a tali contestazioni, gli episodi di discriminazione e violenza contro i musulmani sono aumentati. A tal proposito, la risposta di Modi è però risultata tardiva, evidenziando il disinteresse del Governo verso la tutela delle minoranze, a scapito di una più marcata volontà di saziare le rivendicazioni degli estremisti induisti.

Il voto del segmento musulmano, che costituisce un 13% della popolazione indiana, potrebbe rivelarsi determinante per Modi. Probabilmente, però, proprio per questo motivo, un gran numero di elettori musulmani vedrà preclusa la possibilità di esercitare il proprio diritto di voto. Foreign Policy riporta che, secondo Missing Voters, un’applicazione che conta il numero di interdizioni al diritto di voto, circa 120 milioni di aventi diritto potrebbero risultare mancanti dalle liste elettorali. Tra questi, i principali gruppi sociali colpiti sono i Dalits, la casta più bassa nella gerarchia induista, e i musulmani. La discriminazione non è limitata all’elettorato attivo, ma passa anche per i rappresentanti politici. Ad esempio, il BJP ha scelto di presentare solamente 7 candidati musulmani su 437, mentre il Congresso Nazionale Indiano (CNI), principale partito di opposizione, solamente 32 su 423.

L’opposizione, peraltro, non è stata colpita solo sul fronte istituzionale. Diversi giornalisti e intellettuali diffidenti rispetto alle politiche del BJP sono stati uccisi da estremisti indù, l’altro volto di una retorica nazionalista e populista che produce ed è rinvigorita da continui attacchi, materiali e simbolici, alle minoranze etniche e religiose.

Come spiega il Times, per comprendere l’ascesa al potere di Modi occorre infatti scavare nel passato dello stato indiano e indagarne la storia multiculturalista. Una volta ottenuta l’indipendenza dall’Impero britannico nel 1947, sotto l’egida dell’allora primo ministro Jawaharlal Nehru, l’India divenne uno stato secolare, prendendo le distanze dal vicino Pakistan, nato invece come terra legittima degli indiani musulmani. Se, nel progetto di Nehru, il secolarismo precedette l’uguaglianza di ogni credo, nei fatti la popolazione musulmana non ha mai beneficiato di un trattamento egualitario.

L’amministrazione di Modi non ha rappresentato, dunque, solamente un punto di rottura con un’ideologia politica dominante, ma con valori, come il secolarismo, il liberalismo, l’indipendenza della stampa, per anni dichiarati pilastri della nazione indiana. In una società in cui la religione segna una linea di confine netto tra l’Io e l’Altro (musulmani e cristiani, caste inferiori, élite cosmopolita) la questione identitaria è centrale. In particolar modo, i musulmani sono tacciati di aver mantenuto il loro dominio sulla maggioranza induista, la quale ha visto nell’arrivo di Modi un’opportunità. Quando però il nazionalismo diventa estremo, diventa anche un tutt’uno con violenza e criminalità. Un esempio si può riscontrare nel profilo della candidata del BJP per il distretto di Bhopal in Madhya Pradesh, Sadhvi Pragya Thakur, accusata di essere l’ideatrice di un attentato a una moschea nella quale hanno perso la vita sei persone.

L’iper-rappresentazione della questione identitaria è, in realtà, anche una strategia per occultare i fallimenti dal punto di vista economico e sociale. Come messo in evidenza da Reuters, la crisi economica della zona rurale persiste e gli agricoltori non sono l’unica categoria professionale colpita. Il loro malcontento è, in effetti, sintomo di un problema più ampio: più della metà della popolazione indiana – circa 700 milioni di persone – è legata all’economia rurale. La riduzione dei salari ha generato una conseguente caduta del potere di acquisto dei braccianti, che ha colpito a cascata diversi altri settori dell’economia, in particolare i lavoratori con uno stipendio giornaliero come muratori, barbieri o proprietari di negozi alimentari.

Rappresentando il vero motore dell’economia del paese, la forte riduzione delle spese e del denaro in circolo hanno condotto a un calo delle opportunità di lavoro e, quindi, di guadagno per le altre categorie professionali. Non a caso, la crescita economica resta una promessa centrale nel programma elettorale del partito di Modi. Nel suo ultimo manifesto, il BJP dichiara ambiziosamente di voler rendere l’India la terza potenza economica al mondo entro il 2030. Secondo le stime attuali, per realizzare ciò sarà necessario immettere liquidità per un valore di $5.000 miliardi entro il 2025 e altri $10.000 miliardi per i sette anni successivi.
Ma ad aumentare le probabilità di rielezione di Modi è in particolare la debolezza dell’opposizione, per la quale il principale obiettivo in agenda è la sconfitta dell’avversario. Tutto ciò che il CNI ha da offrire è la continuità rispetto alla precedente amministrazione, incarnata da Rahul Gandhi e da sua sorella Priyanka, discendenti di Nehru.