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Francia, Macron concede sgravi fiscali alle famiglie, ma non cede ai gilet gialli

In Francia, i cosiddetti ‘Gilets Jaunes’ non mostrano alcuna intenzione di arrendersi

Sabato 11 maggio è previsto l’Acte XXVI, la ventiseiesima manifestazione consecutiva del movimento, che, secondo gli organizzatori, vedrà l’adesione più alta a Nantes, nel dipartimento della Loira-Atlantica.

Ridimensionati di numero nelle manifestazioni di piazza, i gilet gialli si sono contraddistinti in un crescendo di atti violenti: i deputati del partito del presidente francese Macron, La République en Marche (REM), denunciano ormai spesso minacce, intrusioni domestiche e auto incendiate, al punto che Patricia Gallernau, del Mouvement Démocrate (MoDem) di François Bayrou, alleato della maggioranza, ha persino trovato un muro eretto di notte attorno alla propria villetta.

Il presidente Emmanuel Macron, nel corso della conferenza stampa tenutasi al Palazzo dell’Eliseo il 25 aprile scorso, a coronamento del cosiddetto ‘Grand Débat National’ avviato nel gennaio scorso per trovare risposte alle richieste dei Gilets, ha indicato una parziale correzione di rotta rispetto alle idee iniziali per fronteggiare il movimento. Gli obiettivi finali, però, non cambiano. Le parole dello stesso Macron hanno, infatti, confermato l’orientamento presidenziale di fondo: il Governo non intende cedere del tutto alle richieste dei manifestanti, le cui prime proteste sono iniziate giá negli ultimi mesi del 2018.

Avendo infatti bloccato, nel Novembre scorso, l’aumento delle accise sui carburanti giá previsto per il 2019, é chiaro che il Governo francese debba venire ulteriormente incontro allo scontento del ceto medio, che i Gilets Jaunes rappresentano.

Il presidente francese, tuttavia, ha categoricamente escluso sia il ripristino della cosiddetta impôt de solidarité sur la fortune, un’ampia patrimoniale per incentivare il risparmio, sia l’aumento generale del carico fiscale sui salari alti, per rendere il paese appetibile ai grandi gruppi industriali, in vista dei possibili trasferimenti legati alla Brexit. Più in sordina, Macron ha altresì annunciato un Plan pauvreté per aiutare 8,8 milioni di poveri, pari a circa il 14 % della popolazione francese, a partire dal 2020. Sarebbe bastato questo, sommato a qualche commento poco lusinghiero, per definirlo il “presidente dei ricchi.

Il presidente, però, ha anche riveduto tutti i contributi sociali, aumentandoli per i pensionati. Oltre alle misure a sostegno del potere d’acquisto dei cittadini d’oltralpe, infatti, il presidente francese ha inoltre annunciato, a partire da gennaio 2020, la piena indicizzazione delle pensioni inferiori a €2.000 lordi, innalzando così la soglia del salario minimo per ogni lavoratore a €1.000 lordi mensili.

Macron si è mostrato soddisfatto in merito al piano d’azione proposto. Secondo il suo progetto, la classe media vedrà aumentare il proprio potere d’acquisto: a titolo d’esempio, i dipendenti hanno visto i loro contributi sociali ridotti. I fatti, però, nel tempo, si sono rivelati più complessi del previsto.

Diverse aree rurali d’oltralpe, su cui già gravava il désert médical, ossia la carenza di servizi sanitari, sono state le destinatarie di ulteriori tagli alla spesa pubblica legati alla necessità di portare i conti pubblici in ordine, in particolare per ciò che concerne gli ospedali e le scuole. Tagli analoghi, voluti in Gran Bretagna già dall’ex primo ministro David Cameron, hanno alimentato il malumore poi sfociato nella Brexit. Era prevedibile un esito analogo anche in Francia, e così è stato.

L’esperienza d’oltremanica suggerisce quindi che, qualora necessario, si debba procedere con tagli alla spesa pubblica oculati, che minimizzino gli sprechi e, al contempo, garantiscano servizi ai cittadini efficienti per quantità e qualità. Proprio da qui trae ispirazione la proposta di Macron di snellire la funzione pubblica francese tagliando 120.000 posti riservati ad alti funzionari entro la fine del suo mandato, che scadrá nel 2022. Se portato a compimento, questo piano contribuirebbe senz’altro a contenere il famigerato debito pubblico francese che, nel 2017, ha raggiunto il 98,5 % del PIL.
In un paese ancora scosso dall’incendio alla Cattedrale parigina di Notre-Dame, sembra dunque che lo scontro sociale interno non si sia ancora ricomposto. Al momento, l’unica certezza è che l’esito delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, che si terranno a fine mese, fornirà un importante aggiornamento sul giudizio dell’opinionepubblica, alla quale, il presidente Macron e il Governo in carica non potranno sottrarsi.