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Elezioni in indonesia: la riconferma di Widodo tra luci e ombre

Domenica 17 aprile, si sono svolte le elezioni presidenziali indonesiane, le quali avrebbero sancito, secondo i primi rilevamenti, la riconferma di Joko Widodo con il 54% dei voti, contro il 45% del diretto sfidante, l’ex generale Prabowo Subianto.

La giornata elettorale, definita dal vice-presidente Kalla in un’intervista a Detik.com come “la più complicata” della campagna, ha portato con sé diverse polemiche. A tal proposito, la morte di circa 300 persone, tra polizia e operatori elettorali, attribuite a esaurimenti e malori dovuti alla tensione di una delle più impegnative tornate elettorali della storia del paese, ha lasciato sgomento e dubbi sull’efficienza della macchina organizzativa. È seguita la denuncia da parte di Subianto di presunte irregolarità nello spoglio dei voti, oltre alla rivendicazione della vittoria sulla base del 62% di voti a favore, secondo un sondaggio basato su stime del proprio staff. L’invettiva dell’ex-generale ha, ovviamente, incontrato il diniego del Governo su qualsiasi forma di frode elettorale; tuttavia,  bisognerà attendere i risultati definitivi della Commissione Generale Elettorale, previsti per il prossimo 22 maggio, per capire la reale entità del successo di Widodo e un eventuale ricorso legale da parte di Subianto.

Al di là del risultato discusso, si apre il dibattito su come evolverà la situazione socio-politica dell’Indonesia durante il (presumibile) secondo mandato di Widodo.

Presentatosi nel 2014 come un elemento di rottura decisivo rispetto al burrascoso passato dittatoriale del paese sino al 1998, il presidente uscente ha suscitato dubbi in seno al proprio elettorato. Tali perplessità derivano da talune decisioni prese nel corso della campagna elettorale, le quali sembrerebbero avvicinare l’esecutivo all’ambiente conservatore più che a quello liberale. In particolare, la scelta per la vicepresidenza del settantaseienne ecclesiastico musulmano Ma’ruf Amin, esponente dell’Islam radicale e dichiaratamente ostile alla comunità LGBTQ+, pone non pochi dubbi sul futuro di un paese laico e promotore della libertà di culto.

Sul fronte economico, invece, se da una parte la crescita annua non è mai scesa sotto il 5% nel corso della sua presidenza, gran parte della popolazione si aspetta importanti misure da Widodo per quanto riguarda la disoccupazione, una piaga devastante in un contesto di crescente domanda giovanile di lavoro ed elevato tasso di povertà. Secondo uno studio di CEIC Data, sebbene l’Indonesia abbia registrato un abbassamento costante di tale tasso dal suo valore più alto del 2005 (11,2%), fino a raggiungere il minimo (5,3%) nell’agosto dello scorso anno, dovranno esser messe in atto forti politiche di impiego. Uno stimolo alle imprese, in un’ottica di lungo periodo, sarà infatti fondamentale per assorbire la crescente domanda. Si stima che la popolazione indonesiana raggiungerà circa 319 milioni di abitanti entro la fine del 2045.

Per quanto riguarda le altre manovre economiche anticipate in campagna elettorale, Widodo è intenzionato, da un lato, a mantenere un forte sostegno alla crescita delle infrastrutture, investendo altrettanto decisamente in programmi sociali. Verso questi ultimi, il probabile vincitore delle elezioni ha promesso di garantire alle fasce più povere l’accesso a settori di prima importanza, quali quelli scolastico e sanitario.

Dal punto di vista finanziario, invece, la Banca Centrale ha confermato che l’inflazione rimarrà stabile e che, per far sì che i programmi di crescita siano garantiti, dovrà essere mantenuta una pressione fiscale particolarmente gravosa, unitamente a una riduzione degli sprechi presenti nell’amministrazione pubblica. Tale razionalizzazione delle risorse, che solitamente avviene congiuntamente a processi di deregulation, a Jakarta si accompagna a una politica opposta, la quale mira invece a produrre una forte nazionalizzazione delle imprese e delle risorse nazionali.

Infine, per ciò che concerne la politica estera, tema poco affrontato da Widodo nel corso della campagna elettorale, rileva, come per la maggior parte dei paesi del sud-est asiatico, il rapporto con la Cina. Nel corso del primo mandato, il presidente ha promosso rapporti economici col gigante asiatico, attirando, peraltro, le critiche di Subianto. Thomas Lembong, capo del comitato di coordinamento degli investimenti, si è mostrato particolarmente avverso circa la partecipazione indonesiana alla Belt and Road Initiative (BRI). Secondo quanto concordato, infatti, Pechino dovrebbe finanziare una linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Jakarta con la città di Bandung. Il funzionario indonesiano, dal canto proprio, avrebbe criticato la condotta dei tecnici di Beijing, evidenziando delle criticità che il suo esecutivo avrebbe incontrato nel reperire maggiori dati e informazioni circa il progetto.

Un altro punto di attrito tra i due paesi ha riguardato l’apertura di una base militare nel mar cinese meridionale, area nella quale si scontrano gli interessi strategici di Jakarta e Pechino. Tali circostanze avevano inizialmente fatto pensare a un’inversione di rotta verso finanziamenti statunitensi, verso cui sicuramente esiste una predisposizione, ma non un atteggiamento tale da ribaltare i rapporti nella politica estera indonesiana. Widodo, per l’appunto, non ha manifestato segnali di chiusura, non andando così a creare alcuna frattura nei rapporti con la Cina.

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