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2012-2050: il cambiamento climatico nella politica statunitense

L’8 gennaio 2013 l’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration, l’agenzia federale statunitense per la meteorologia, ha definito il 2012 l’anno con le temperature più elevate mai registrate negli Stati Uniti continentali. Nell’ottobre del 2014, inoltre, il Pentagono ha iniziato a considerare il cambiamento climatico quale ‘national security threat, in grado di porre “rischi immediati per la sicurezza nazionale”.

Il paese, allo stato attuale, secondo il World Resources Institute, resta il secondo maggior produttore a livello globale di gas serra (14,36% del totale), collocandosi, in particolare, ai primi posti per i cambiamenti territoriali legati alla deforestazione.

Il rischio di ripercussioni sull’economia a stelle e strisce è reale. Nel novembre del 2018, lo US Global Change Research Program ha pubblicato un report allarmante. Secondo lo stesso, se, nel corso del secolo, non verranno prese misure urgenti e importanti, i danni andranno a raggiungere la soglia del 10% del PIL odierno. In aggiunta, gli effetti conseguenti ai disastri naturali legati al mutamento del clima non saranno equamente distribuiti tra le regioni americane. In particolare, migliaia di persone sulle coste e nel sud degli Stati Uniti si ritroverebbero in una situazione di maggior vulnerabilità nell’affrontare eventi meteorologici e climatici estremi.

La lettura negativa in termini economici, peraltro, è stata messa fortemente in discussione  dalla Casa Bianca. Il 26 novembre scorso, interrogato sui risultati del report in questione, il presidente Donald Trump aveva ammesso come, oltre a una soltanto “parziale” informazione personale in merito al documento, egli “non ritenesse possibile” che i dati, per quanto allarmanti, avrebbero potuto sortire alcun effetto sul prodotto interno lordo americano. Riaffermando come, allo stato attuale, gli Stati Uniti siano più green che mai” e ribadendo di “voler, naturalmente, acquee aria pulite”, il tycoon americano ha altresì dichiarato che il suo Governo non considererà ulteriori misure se gli stati asiatici non faranno altrettanto: “Se noi siamo puliti, ma ogni altro luogo sulla Terra è sporco, non va poi così bene”.

Lo scetticismo di Trump di fronte al report, pur redatto dalle agenzie dipendenti dello stesso Governo federale, non sorprende. Già nell’ottobre 2018, infatti, il presidente aveva espresso riserve circa il consenso della comunità scientifica sul cambiamento climatico, in quanto, stando alle sue dichiarazioni “gli scienziati hanno un’agenda politica”. Prima ancora, nel giugno 2017, aveva inoltre ritirato gli Stati Uniti dalla Conferenza di Parigi sul Clima, COP21, in ottemperanza con le sue promesse della campagna elettorale del 2016.

La dura la linea del presidente è risultata utile, in ultima analisi, a conquistare voti negli stati più legati al settore della produzione di combustibili fossili. Un recente sondaggio del Pew Research Center, però, ha evidenziato come, anche in questi stati, fra i millennial che si riconoscono nel partito repubblicano, il 36% ritenga il cambiamento climatico una minaccia seria e dovuta all’attività umana. Il 47%, invece, afferma che il governo federale dovrebbe fare di più per affrontare la crisi. Parallelamente, l’89% dei giovani democratici ritiene che a livello centrale si possano e debbano prendere misure più incisive.

Ed è proprio dal partito democratico statunitense che emergono invece le politiche più sorprendenti per affrontare questo problema. Il candidato alle primarie Beto O’Rourke, il quale, secondo un sondaggio della CNN del 30 aprile, al momento risulta quarto in ordine di preferenze con il 6% dei consensi per un’eventuale nomination, ha presentato un dettagliatissimo piano contro il climate change. L’ambizioso progetto, di natura onnicomprensiva, si propone di portare in modo netto l’economia statunitense a non essere più dipendente dai combustibili fossili, entro il 2050. Per fare ciò, il ruolino di marcia prevede il dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e, di seguito, l’azzeramento delle stesse nei vent’anni successivi.

Il costo del programma ammonterebbe a 1,5 trilioni di dollari, calcolato sulla base del fatto che O’Rourke stesso ritenga che ci siano molteplici modi per affrontare la questione. Il candidato democratico, in caso di elezione, intenderebbe percorrerle tutte allo stesso tempo.

Nonostante ciò, si capisce che all’interno di queste metodologie per giungere agli obiettivi prefissati vi rientrano una sorta di carbon-tax progressiva mano a mano che ci si avvicina alla metà del secolo; incentivi per la produzione di energia pulita e delle tecnologie e studi utili per la produzione medesima ed, infine, il governo in prima persona si impegnerà per comprare strumenti come pannelli solari, turbine eoliche e stazioni per la ricarica di auto elettriche. In secondo luogo, costruirà le strutture necessarie per proteggere le persone che vivono in quelle zone degli Stati Uniti dove è più probabile che si verifichino dei disastri naturali.