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La Germania fra crescita rallentata e paura della crisi

Quando lo scorso 17 aprile la grande coalizione di governo ha annunciato, per mezzo del suo ministro dell’Economia Peter Altmaier, l’ulteriore dimezzamento allo 0,5% delle stime di crescita per il 2019, la questione è divenuta pressoché ufficiale: la Germania, cuore economico dell’Europa, è in seria difficoltà.

Infatti, sebbene il ministro tedesco, nel corso del proprio intervento, abbia preferito sottolineare che nel 2020 le stime torneranno attorno all’1,5%, e che quindi non debba sussistere un’eccessiva preoccupazione, quello che è certo è che, attualmente, l’economia di Berlino non naviga in acque tranquille.

La diminuzione delle stime di crescita della terza settimana di aprile, infatti, è solo l’ultima in ordine temporale, in conseguenza di una previsione originaria, effettuata nel 2018, corrispondente circa all’1,8%. Le problematiche che hanno portato a questa situazione sono diverse e in gran parte legate a dinamiche globali che stanno condizionando non solo il paese della cancelliera Angela Merkel, ma piuttosto l’intera Eurozona.

Internamente, è il settore manifatturiero che si sta mostrando particolarmente debole, facendo segnare una contrazione per il quarto mese consecutivo. Le vendite delle piccole e medie imprese (PMI) del settore, a marzo, sono crollate a livelli mai visti dalla crisi del 2008, dopo che gli ordini erano già consistemente diminuiti a febbraio. Ad aprile, l’indice PMI rilevato da IHS Markit si è posizionato su 44,5 punti (44,1 a marzo): il dato non solo è inferiore ai 45 punti previsti dagli economisti, ma soprattutto resta sotto quota 50, che rappresenta la soglia fra espansione e contrazione del ciclo.

Il settore che sta risentendo maggiormente del rallentamento dell’economia tedesca è quello dell’automobile, coinvolgendo grandi marchi come Volkswagen, BMW e Mercedes. Questo aspetto, in realtà, si lega a un problema di portata globale, a cui la Germania sta particolarmente facendo fatica a rispondere: il calo delle esportazioni, dovuto in gran parte alla guerra commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina. La Germania, a febbraio, ha fatto registrare il calo più significativo degli ultimi 12 mesi, pari a -1,3% rispetto al mese di gennaio. Anche le importazioni, inoltre, sono scese dell’1,6% rispetto a gennaio.

Questi dati, oltre a essere significativi di per sé, permettono di collegarsi alle componenti esogene che stanno influenzando l’economia tedesca. In particolare, esse possono essere ricondotte a tre questioni principali: la già citata guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti, la politica protezionistica e a tratti ostile all’UE di Donald Trump e, infine, la questione della Brexit.

Per quanto concerne lo scontro economico tra Trump e Xi Jinping, la conseguenza peggiore è il massiccio calo delle esportazioni, facilmente individuabile come componente trainante del PIL di Berlino che, per la prima volta dal 2009, si è ridotto dello 0,8%, nel secondo semestre del 2018. Infatti, non solo il modello tedesco si basa sul presupposto che il commercio internazionale sia il più libero possibile, ma molte aziende tedesche, in particolare le già citate case automobilistiche, fanno uso di filiere e di processi produttivi che prevedono un forte coinvolgimento tanto della Cina quanto degli Stati Uniti.

Dal punto di vista strettamente legato alle politiche protezionistiche dell’ex tycoon americano, invece, il timore principale è rappresentato dall’intenzione di espandere le misure relative ai dazi sulle importazioni anche all’Unione Europea. In particolare, si parla di una serie di dazi su prodotti europei corrispondenti a circa €10 miliardi, in risposta a cui Bruxelles avrebbe già preparato la contromossa, con la Commissione che ha messo nero su bianco un elenco di prodotti statunitensi che verrebbero colpiti, per un valore pari a circa €20 miliardi. Il deterioramento dell’asse USA-UE danneggerebbe pesantemente l’economia tedesca, specie se si pensa che l’export di Berlino verso Washington ammonta attualmente a circa €27 miliardi l’anno.

Un altro fattore che sta mettendo a repentaglio la solidità del modello tedesco è la questione della Brexit, o, più precisamente, la possibilità di una hard Brexit. Infatti, i rapporti economici fra Berlino e Londra sono quantificati in €85 miliardi l’anno, pari al 2,8% del PIL tedesco, che rendono il Regno Unito il quarto partner commerciale della Germania, subito dopo Stati Uniti, Francia e Cina. Viene da sé comprendere, quindi, che una hard Brexit, causando una svalutazione della sterlina che renderebbe molto meno conveniente l’acquisto di beni europei per i consumatori britannici, favorirebbe i concorrenti dell’Estremo Oriente, infliggendo un durissimo colpo alle finanze tedesche.

Infine, c’è il rapporto con la Russia. Il paese guidato da Vladimir Putin è stato, infatti, colpito da numerose sanzioni sin dal 2014, tanto da parte dell’UE quanto degli statunitensi, a seguito della guerra nel Donbass e dell’annessione della Crimea. Queste sanzioni hanno finito per danneggiare anche gli stessi paesi che le hanno imposte, Germania in primis, in quanto primo partner commerciale europeo della Russia.

La questione assume particolare rilievo nella misura in cui, da tempo, il paese guidato da Angela Merkel, nel contesto del proprio programma di politiche energetiche, sta lavorando a un progetto che lega a doppio filo Berlino e Mosca e che da mesi, soprattutto alla luce delle tensioni appena citate, anima i principali dibattiti di politica internazionale. Stiamo parlando del Nord Stream 2, il gasdotto che, a partire dal 2020, vedrà la Russia fornire alla Germania circa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, attraverso un passaggio sotto il Mar Baltico, aggirando così Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, gli Stati baltici e Ucraina.

Le obiezioni al progetto sono state molteplici, anche da parte statunitense, in quanto l’UE sarebbe proprietaria del gasdotto, ma il trasporto e la distribuzione del gas sul territorio rientrerebbero nelle competenze dell’operatore, Gazprom, che si occuperebbe concretamente di generare e gestire gli utili. Proprio per questa ragione, Francia e Germania lo scorso febbraio hanno raggiunto un accordo, per il quale Gazprom sarà costretta a cedere il proprio titolo di ‘operatore’, che verrà messo all’asta, limitando così il potere del colosso energetico russo. La manovra ha, ovviamente, suscitato molte critiche da parte del Cremlino, che ha accusato l’UE di aver preso una decisione non imparziale.

Questo fatto permette di sottolineare come il Nord Stream 2 costituirebbe un altro importante passo nell’attuazione di un quadro di politiche legate alla tematica del contrasto al cambiamento climatico in cui il paese si sta impegnando. La Germania, infatti, già oggi utilizza per il 38,5% energie rinnovabili, e l’incidenza di petrolio e gas naturale sul consumo complessivo di energia è in aumento costante, mentre energia nucleare e carbone fossile, che dovrebbe essere abbandonato entro il 2038, hanno registrato una diminuzione netta.

Per concludere, la Germania, le cui stime di crescita dovrebbero comunque essere in rialzo nei prossimi mesi, si trova ora in un quadro complicato. Il funzionamento del suo modello, basato sulle esportazioni e sul commercio internazionale, viene costantemente messo a rischio dalle dinamiche conflittuali che stanno caratterizzando l’arena internazionale da almeno tre anni a questa parte.

Inoltre, esistono almeno altre due grandi incognite: le prossime elezioni europee di maggio, in cui le forze populiste e sovraniste rappresentano lo spauracchio principale, e le conseguenze della già annunciata decisione da parte di Angela Merkel di abbandonare la politica nel 2021, evento che segnerà, quantomeno, la fine di un’epoca per il paese e non solo.
La Germania, come accaduto in tutti i cicli storico-economici delle principali potenze, necessita di alcuni cambiamenti strutturali, che sicuramente verranno inseriti all’interno di un piano continentale. Tuttavia, solo il tempo saprà dire se il paese saprà o meno riconfermarsila locomotiva che ha trainato l’Europa nell’ultimo decennio post-crisi.