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La Nuova Zelanda e la questione delle armi

Di Natalie Sclippa

“[…] Non siamo immuni ai virus dell’odio, della paura, dell’altro. Non lo siamo mai stati. Ma possiamo essere la nazione che scopre la cura”. Con queste parole, Jacinda Ardern, primo ministro della Nuova Zelanda, a seguito degli attacchi del 15 marzo 2019 alle moschee di Al Noor e Lindwood, ha annunciato la messa al bando con effetto immediato della vendita di armi d’assalto nel paese, invitando anche altri stati a seguirne l’esempio.

Il massacro di Christchurch ha scosso la popolazione neozelandese, riaccendendo i riflettori su una questione delicata: il possesso di armi e il loro potenziamento illegale. Acquistare pistole e fucili in rivendite autorizzate e poi aumentarne la capacità con caricatori comprati online sono pratiche ormai diffuse in tutto il mondo, che però mettono in serio pericolo la sicurezza collettiva. L’autore delle stragi nei due luoghi di culto, un suprematista bianco di 28 anni, Brenton Tarrant, deteneva un’arma regolarmente registrata, che poi avrebbe usato per aprire il fuoco sui fedeli musulmani, riuniti per la preghiera del venerdì, uccidendo 50 persone.

A differenza dell’ultima strage, avvenuta 30 anni fa, che aveva coinvolto 13 persone, la risposta questa volta è stata chiara. Nonostante la proposta di un emendamento nel 1992 sulla regolazione delle armi, la legislazione in materia di armamenti in Nuova Zelanda era una delle più elastiche, dopo quella degli Stati Uniti. Almeno fino a ora.

Il weapon ban, infatti, proibisce la vendita e la detenzione di armi semiautomatiche semi-militari, il possesso di caricatori con grandi capacità e altri accessori. Non saranno coinvolte dalla legge solamente le calibro 22 semiautomatiche con una portata di non più di 10 munizioni e i fucili a pompa con caricatori non rimovibili e che contengono un massimo di 5 colpi. Le categorie escluse saranno solo la polizia, per il mantenimento dell’ordine pubblico, e alcuni allevatori, per l’uccisione dei propri animali.

La situazione, però, è difficile. Come riporta il The Guardian, in Nuova Zelanda i porto d’armi sono più di 245.000 e, di questi, 7.500 sono di categoria E, ossia prevedono che il possessore abbia con sé anche il giubbotto antiproiettile per prevenire la penetrazione. La piattaforma GunPolicy.org ha calcolato la presenza di 1,2 milioni di armi nel paese. Una persona su quattro possiede un’arma da fuoco: la messa al bando potrebbe quindi produrre delle conseguenze pesanti. La stessa primo ministro ha ammesso che, da un lato, la restituzione alle autorità costerà tra i €59 e i €118 milioni e che esse verranno distrutte, ma che, dall’altro, la risposta doveva essere decisa affinchè non fosse possibile ripetere questi ’attacchi d’odio’. La premier neozelandese ha infine ringraziato la polizia per il grande lavoro che affronterà, necessario per garantire la sicurezza della popolazione.

Oltre all’azione repressiva, il governo si è fatto carico anche di rimanere vicino alle famiglie colpite direttamente dall’attacco alla moschea e a tutta la comunità musulmana, trafitto con violenza da un odio, che, spiega la Ardern, “non appartiene al popolo neozelandese”.

Il sito ufficiale gov.it ha dedicato un’intera pagina al massacro di Christchurch, aiutando i cittadini a far fronte alle spese dei funerali, registrare le persone scomparse e aggiornare il paese sull’accaduto, oltre a provvedere agli oneri per il risarcimento danni da ferimento. Durante il discorso alla nazione, pronunciato il 21 aprile, la prima ministra neozelandese ha dichiarato come questa forte presa di posizione sia la base per la ricostruzione della società, e come il divieto di detenzione e vendita delle armi semiautomatiche e d’assalto sia “il prezzo che dobbiamo pagare per garantire la sicurezza della nostra comunità”.

Le lobby dei produttori di armi, però, sono molto forti, tanto in Nuova Zelanda quanto all’estero, e hanno rappresentato il principale freno all’azione di governo, che ha esitato prima di prendere atto della necessità di una restrizione consistente dei permessi e delle tipologie degli armamenti consentiti.

La questione non si limita all’isola. L’eco della proposta di legge ha avuto conseguenze sul dibattito internazionale, coinvolgendo altri paesi tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Australia, i cui governi non accennano a limitare l’utilizzo delle armi da fuoco ma, anzi, ritengono che la difesa personale sia uno dei diritti fondamentali. La rivista Time ha indagato sulla possibilità che il divieto venga esportato anche negli Stati Uniti, dove la base giuridica per il possesso delle armi risiede nel Secondo Emendamento alla Costituzione – considerato intoccabile dai propri sostenitori, anacronistico dai propri detrattori.
In conclusione, la legge neozelandese sarà varata nel corrente mese di aprile, in tempi record, per sottolineare ancora una volta, da una parte, il rifiuto dell’inerzia politica che ha accompagnato gli ultimi 30 anni e, dall’altra, per lanciare un messaggio chiaro: i pensieri e le parole, da sole, sono importanti, ma non fanno la differenza; le azioni portano al cambiamento.