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L’Amazzonia di Bolsonaro

L’elezione del neo presidente Jair Bolsonaro in Brasile ha fatto aumentare la preoccupazione dei più sensibili alle questioni climatiche, tanto per la regione sudamericana quanto per il pianeta intero. Le decisioni dell’esecutivo brasiliano, infatti, sono cruciali per le sorti della vasta foresta amazzonica, la quale, pur estendendosi in diversi altri paesi oltre al Brasile, è situata per il 65% al suo interno.

Bolsonaro ha costruito parte della propria propaganda elettorale sul tema dell’Amazzonia, indicando come soluzione per risollevare l’economia brasiliana proprio lo sfruttamento di ampie zone della foresta, in special modo dei territori dove vivono i popoli indigeni.

Come accaduto per le elezioni statunitensi del 2016, terminate con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, l’onda del sovranismo ha giocato un ruolo centrale in questo scenario: le promesse elettorali di Bolsonaro, infatti, hanno condotto quest’ultimo alla vittoria delle elezioni del 2018. Durante la campagna elettorale, peraltro, Bolsonaro aveva definito l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici una minaccia per la sovranità decisionale del Brasile sull’Amazzonia; tuttavia, una volta eletto, ha rimandato l’ipotesi di abbandonare l’accordo internazionale.

Il tema dell’Amazzonia è stato portato avanti facendo leva soprattutto su agricoltori e industrie minerarie e del legname, che hanno tutto l’interesse a ricevere maggiori concessioni per lo sviluppo agricolo e lo sfruttamento minerario. Il neo-presidente brasiliano, il giorno stesso dell’insediamento del nuovo governo, ha immediatamente trasferito parte dei poteri dell’organizzazione governativa che si occupa dei popoli indigeni e delle loro terre al Ministero dell’Agricoltura, cui ha accorpato, in seguito, il Ministero dell’Ambiente.

Sebbene l’Esecutivo di Bolsonaro non abbia ancora aggredito materialmente la Foresta Amazzonica, limitandosi per il momento a misure organizzative e preparatorie, la minaccia è  costante e proviene, indirettamente, anche dalle politiche sovraniste che riguardano altri colossi economici. A titolo d’esempio, i dazi imposti da Trump alla Cina hanno portato, come conseguenza, l’imposizione di tariffe di egual misura su vari beni da parte di Pechino a Washington. Le importazioni di soia dagli USA alla Cina sono inevitabilmente crollate del 50%, solo nel 2018. Pechino potrebbe ora volgere lo sguardo più a sud per importare la soia e il Brasile, disboscando una parte della foresta, potrebbe prestarsi a soddisfare tale bisogno.

La politica di Bolsonaro tende a non tenere in considerazione i diritti delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, le quali sono sistematicamente accusate di non volersi integrare e di occupare il 13% del territorio nazionale. Così, la lotta contro la deforestazione, che è un tema di portata tanto nazionale quanto globale, viene ridotta ad un mero interesse di tali minoranze. MapBiomas Amazonia, una piattaforma che, in collaborazione con Google, genera mappe annuali relative all’uso del suolo e ai cambiamenti della silvicoltura in Brasile, ha evidenziato che dal 2000 al 2017 l’Amazzonia ha perso 29,5 milioni di ettari di foresta, l’equivalente della superficie dell’Ecuador.

Finora, il neo-presidente brasiliano ha ricevuto numerose critiche da ogni parte del mondo e non soltanto in ambito politico, ma anche scientifico.

Dal 1970, il Museo di Storia Naturale di New York ospita una cena di gala organizzata dalla Camera di Commercio Brasiliano-Americana, durante la quale vengono elette e omaggiate le personalità più importanti del paese sudamericano. Tuttavia, dopo la notizia che in occasione dell’evento Bolsonaro sarebbe stato nominato ‘uomo dell’anno’, gli scienziati del Museo si sono mobilitati, rifiutandosi di dar luogo all’evento e incontrando il consenso della comunità scientifica e di varie personalità politiche, tra cui il sindaco di New York, Bill De Blasio. La direzione del museo ha quindi spiegato  in una nota che l’istituzione quest’anno “non è il luogo ideale per il tradizionale evento”, senza nascondere la “profonda preoccupazione” per gli “obiettivi dell’attuale amministrazione brasiliana”.
La situazione climatica è, in effetti, grave. Mercoledì 20 marzo, gli scienziati dell’Università dello Stato di Rio De Janeiro e dell’Università di Vera Cruz, in California, hanno pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE uno studio che conferma e rimarca il nesso tra deforestazione e cambiamento climatico: il tasso attuale di deforestazione in Amazzonia condurrà ad un aumento di 1,45°C nella regione geografica entro il 2050, una soglia pericolosamente vicina alla soglia limite di 1,5°C indicata nell’ultimo rapporto del Comitato Intergovernamentale sul Cambiamento Climatico dell’ONU.