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La difficile lotta ai cambiamenti climatici nei paesi MeNA

La recente visita del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in Tunisia, svoltasi tra il 30 marzo e il 1 aprile 2019,  si è conclusa con un significativo incontro con studenti e studentesse della facoltà di giurisprudenza e scienze politiche dell’Università di Tunisi.

Nelle aule dell’Università tunisina, Guterres ha invitato gli studenti a unirsi per contrastare i drammatici fenomeni quali i cambiamenti climatici, la crescita delle disuguaglianze e i conflitti (e la conseguente mancanza di tutela dei diritti umani), che sono – a suo dire – le più grandi sfide del nostro tempo. Nonostante queste figurino al centro dell’agenda ONU, e nonostante l’Organizzazione compia sforzi quotidiani per la sensibilizzazione dei cittadini del mondo circa i rischi e i pericoli che corrono, la strada da percorrere è ancora lunga.

Quando ero al governo negli anni ‘90, eravamo convinti che non solo la globalizzazione e i progressi tecnologici avrebbero aumentato la ricchezza, ma che questa ricchezza sarebbe andata a beneficio di tutto il mondo. Ci siamo sbagliati”. Con queste parole, il Segretario Generale ha quindi incalzato i giovani con i quali si è seduto tra le fila dei banchi universitari, sottolineando l’importanza dell’informazione e dello studio per contrastare i risultati di decenni durante i quali la globalizzazione ha creato un enorme divario tra la popolazione dei paesi più ricchi e industrializzati e quella dei paesi in via di sviluppo. La ricchezza, ha continuato Guterres, è aumentata restando però concentrata nelle mani di pochi individui.

Più in particolare, l’attenzione dell’opinione pubblica tunisina è stata catturata da alcune delle sue dichiarazioni, che hanno illuminato l’ancora più complessa lotta ai cambiamenti climatici negli stati delle regioni nordafricana e mediorientale. Come rilevato dal IPCC Summary for Policymakers (SPM), indicatori quali ritiro dei ghiacciai, scioglimento dei poli, innalzamento della temperatura negli oceani, mostrano come la situazione è di gran lunga peggiore di quanto previsto negli anni ‘80 e ‘90: la politica, come affermato dal Segretario Generale, si è rivelata lenta e poco attenta pressoché in tutti i paesi. Addirittura, nell’area mediorientale e nordafricana, i governi autoritari non faticano solo a tenere il passo con le necessarie politiche da adottare per far fronte alla minaccia dei cambiamenti climatici, ma spesso ostacolano la via di coloro i quali lottano ogni giorno per la difesa del nostro pianeta e per la diffusione di uno stile di vita più sostenibile.

Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Egitto all’Iran, la vita di ambientalisti e attivisti si fa più difficile di anno in anno. Sempre più spesso, vengono riportate notizie di ricercatori e esponenti del mondo accademico arrestati per aver espresso la propria opinione preoccupata circa le insufficienti (o, talvolta, inesistenti) politiche a tutela dell’ambiente. Pare infatti evidente che, su queste tematiche, ci sia un unico fronte che si oppone ai governi. Le differenze religiose e politiche sembrano non esserci più quando si parla di lotta ai cambiamenti climatici: il Medio Oriente e il Nord Africa rischiano di vedere le proprie risorse ridotte ulteriormente già nei prossimi 10 anni, con prospettive disastrose se si ragiona ancor più a lungo termine.

La tenacia con la quale i movimenti ambientalisti continuano a lottare per far sì che i governi adottino politiche ecologiche e attente ai bisogni dell’ambiente non fa che confermare i dati raccolti negli ultimi anni dalle principali agenzie Onu: la FAO, ad esempio, ha condotto uno studio in collaborazione con l’università del Nebraska sulla siccità e la desertificazione dell’area MENA.

Il Forum Arabo per l’Ambiente e lo Sviluppo, una piattaforma regionale e annuale organizzata dalla Economic and Social Commission for Western Asia a Beirut, dal 2009 mette in evidenza, attraverso i propri studi, l’elevata vulnerabilità e sensibilità ai cambiamenti climatici dei paesi arabi. Le previsioni dei ricercatori susseguitesi negli anni parlano di gravi rischi per gli ecosistemi, come la drammatica riduzione delle risorse idriche o l’aumento delle temperature, che porterà, tra le altre cose, alla crescita del rischio di diffusione di malattie causate dai morsi di insetti (come la malaria).

Infine, non è da dimenticare l’ultimo, fondamentale, dato che riguarda il peggioramento delle condizioni di vita e la scarsità di risorse naturali: sempre secondo lo stesso Forum, infatti, l’insieme di queste condizioni ha già portato e continuerà a portare al moltiplicarsi di tensioni sociali e conflitti. Non potendo certificare come questi fattori siano gli unici alla base delle lotte intestine e dei moti di rivolta che hanno scosso a più riprese la regione del Medio Oriente e Nord Africa, è innegabile che la scarsa partecipazione democratica, la mancante rappresentanza popolare e la poca libertà di opinione ed espressione si intreccino irrimediabilmente con quanto denunciato nei report del Forum.

Nei primi giorni di aprile, si è svolto il Summit 2019 del World Economic Forum per la regione, in Giordania: un’ulteriore occasione di confronto, durante la quale rappresentanti dei governi locali, delle organizzazioni internazionali e stakeholder di varia provenienza hanno potuto discutere di lotta ai cambiamenti climatici, di creazione di posti di lavoro e di opportunità per i giovani e di parità di genere e ruolo delle donne. Durante il Summit è stato evidenziato che la drammatica situazione a cui stiamo assistendo non solo sia innegabilmente legata alla difficile realtà sociale di quei paesi, ma che se non si agisce in tempo, siccità e conflitti potrebbero portare una delle zone più popolose del nostro pianeta ad essere del tutto inabitabile. Con la consapevolezza che essa comporterà l’aumento dei flussi migratori irregolari, la cui cattiva gestione porta con sé pericoli per la tutela dei diritti umani, della dignità e del diritto alla vita di milioni di persone.