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Il Canada impone la tassa sui combustibili fossili per arrestare il cambiamento climatico

A partire dallo scorso 1o aprile, è entrata in vigore la regolamentazione federale che impone una nuova tassa sul consumo dei combustibili fossili nelle quattro province canadesi che non avevano ancora implementato una strategia locale finalizzata alla riduzione delle emissioni di CO2.

La necessità di introdurre un’imposta sulla produzione di inquinamento trae origine dall’intensità degli effetti generati dal cambiamento climatico in America del Nord. Come dichiarato in un recente rapporto del Governo federale, il Canada si sta, infatti, surriscaldando al doppio della velocità media del resto del pianeta.

La manifestazione più evidente del cambiamento climatico è stata riscontrata nelle anomalie registrate sulle temperature del mese di marzo 2019, durante il quale il paese si è ritrovato climaticamente diviso in due parti: un Sud lacerato dal freddo e un Nord colpito da picchi di +14° rispetto alla media stagionale.

Secondo gli scienziati che hanno redatto il rapporto, il repentino riscaldamento dell’Artico canadese è originato dallo scioglimento di neve e ghiaccio marino che impedisce  il riverbero delle radiazioni solari, causando, di conseguenza, un assorbimento di calore atipico sulla superficie terrestre. Una proiezione di medio termine suggerisce, inoltre, che, nell’arco di pochi decenni, la regione potrebbe essere investita da una totale assenza di ghiaccio durante il periodo estivo.

La misura adottata dal Governo liberale di Justin Trudeau rientra nel Pan-Canadian Framework on Clean Growth and Climate Change, un piano federale elaborato e implementato dalle province canadesi volto a soddisfare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2, in osservanza dell’art. 4.19 dell’Accordo di Parigi. Lo scopo principale sarebbe, dunque, quello di potenziare lo sforzo concertato della Comunità internazionale di porre un margine all’aumento della temperatura media globale.

Il Pan-Canadian Framework si fonda su quattro pilastri: tassazione sulla produzione di inquinamento, azioni trasversali per ridurre le emissioni, adattamento ed elasticità climatici, e la creazione di moderne tecnologie pulite.

Attualmente il piano canadese si inserisce tra i programmi di tutela ambientale più ambiziosi del mondo; difatti, esso attribuisce alle singole province la facoltà di mettere in pratica strategie climatiche sostenibili diverse da quella federale, riuscendo, così, a soddisfare le esigenze delle popolazioni e delle economie locali.

L’esperienza della Carbon Tax della British Columbia ha dimostrato come la retorica negativa che circola nelle province canadesi più conservatrici non riesca a reggere il confronto con i fatti. Dopo 11 anni di indagini, le statistiche hanno infatti mostrato come, dal 2008, le emissioni pro-capite di combustibili fossili sono diminuite del 14% e che l’economia locale ha registrato un’espansione del 26%.

Per contro, i leader delle quattro province inadempienti – Ontario, Manitoba, New Brunswick, e Saskatchewan – hanno da sempre manifestato una strenua opposizione alla richiesta del premier di applicare un prezzo alle emissioni. La nuova regolamentazione, però, prevede imperativamente, per ogni tonnellata di CO2 emessa, un costo maggiorato di $20, destinato ad aumentare di $10 di anno in anno.

Tuttavia, nonostante l’impegno evidente del Canada, quest’ultimo sembra essere in ritardo sugli obiettivi climatici prescritti e concernenti la riduzione, entro il 2030, del 30% dei gas serra in relazione ai valori registrati nel 2005.

A livello globale, il Canada costituisce solo un pezzo del puzzle; infatti, nel corso degli ultimi decenni, una linea aggressiva intesa a contenere gli effetti del cambiamento climatico si è diffusa su ampia scala, considerato che più di 40 governi hanno adottato misure simili.

Nel 2008, un Comitato Scientifico delle Nazioni Unite, indotto dall’assunto del Premio Nobel per l’Economia William D. Nordhaus – secondo cui il provvedimento più efficiente ai problemi causati dall’inquinamento sarebbe la pianificazione di una strategia globale implementata in modo uniforme – ha asserito che l’imposizione di una tariffa sulle emissioni di CO2 potrebbe rivelarsi una scelta cruciale per tenere il riscaldamento globale sotto controllo,  prima che i danni da esso generati diventino irreversibili.

Infine, un recente rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) ha rivelato come, nel 2008, la media del prezzo del combustibile delle 42 maggiori economie mondiali è stata inferiore a $8 per tonnellata, ben al di sotto della soglia che gli esperti ritengono sia necessario mantenere, così da poter gestire gli effetti del cambiamento climatico e ridurre il costo sociale.