Segretario                                 logo                                 Folco

Home     Redazione     Msoi Torino     Archivio



Colpo di Stato militare in Sudan: la società civile vuole una transizione politica

L’11 aprile 2019: la data conclusiva della carriera politica e militare di uno dei dittatori più longevi del continente africano. Dal 1989 ad oggi, Omar al-Bashir, nato nel 1944, ha tenuto il Sudan stretto nel suo pugno di ferro. Trent’anni di potere, finiti in un soffio.

L’esercito, guidato dal generale Awad Ibn Auf, dopo mesi di proteste e scontri ha infatti deciso di schierarsi con i manifestanti. Nella mattinata dell’11 aprile scorso sono state occupate le sedi radiotelevisive del paese, mentre un distaccamento militare ha arrestato il presidente e i membri del governo.

Nell’immediato, è stata sospesa la Costituzione ed è stato indetto un periodo di transizione della durata di due anni, al cui termine verranno indette nuove e libere elezioni. Durante i prossimi tre mesi vigerà lo stato di emergenza, con controllo dei confini e coprifuoco dalle ore 22 alle 4. Tutti i prigionieri politici sono stati liberati, con la popolazione riversatasi nella capitale Khartoum per i festeggiamenti.

Per comprendere meglio l’avvenimento è necessario anzitutto soffermarsi su chi sia Omar Al Bashir. Da colonnello è diventato dittatore nel 1989, dopo aver spodestato con un colpo di stato il suo predecessore Sadiq al-Mahdi. Negli anni 2000, al-Bashir è stato il principale responsabile delle stragi in Darfur, in cui, secondo l’articolo di La Repubblica, si stima possano essere morte tra le 200.000 e le 400.000 persone. Accusato di genocidio per i crimini contro l’umanità commessi in quel frangente, nel 2009 la Corte Penale Internazionale ha spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti e di alcuni ministri del suo governo. Nel 2004, il Presidente ha negoziato la fine della Seconda Guerra Civile Sudanese, concedendo una limitata autonomia al Sud Sudan, diventato poi completamente indipendente nel 2011.

Nel 2010 e nel 2015 al-Bashir ha vinto le elezioni; nelle ultime ha superato l’opposizione ottenendo il 94,5% delle preferenze. Nonostante le critiche e le accuse di brogli, nulla è stato fatto. Le proteste sono sempre state represse tutte con l’impiego dell’esercito e con conseguente spargimento di sangue. Tutte, tranne l’ultima.

L’evento estremo dello scorso 11 aprile, con la presa del palazzo presidenziale di Khartoum, ha radici profonde che affondano nel malcontento e nell’insicurezza di carattere economico del paese. Negli ultimi anni, difatti, il Sudan ha accumulato una lunga serie di problemi. Nel 2011, con la secessione del Sudan del Sud e la relativa cessione dei giacimenti petroliferi meridionali, le casse dello stato hanno iniziato a vacillare. Il clima di tensione degli ultimi anni ha inoltre portato con sé scontri con diverse realtà insurrezionali e milizie ribelli al regime, soprattutto nella zona del Darfur, una regione dove i conflitti, seppur sporadici, non sono mai giunti al termine.

A tutto questo si aggiunge la mancanza di infrastrutture, il ribasso del prezzo del petrolio e l’aumento rapidissimo dell’inflazione. Negli ultimi mesi la possibilità di reperire anche i beni più essenziali, come pane e benzina, è stata messa a dura prova. In questo quadro preoccupante, il 18 dicembre scorso il Governo ha acceso la miccia che, a sua insaputa, avrebbe portato alla fine del proprio regime. L’annuncio di voler triplicare il prezzo del pane (da 1 a 3 libbre sudanesi) ha, infatti, scatenato le prime proteste.

La miccia ha preso fuoco a El Gadarif, una cittadina commerciale al confine con Etiopia ed Eritrea. In quel luogo, un gruppo di studenti si è dato appuntamento nella piazza del mercato per protestare contro i rincari annunciati dal presidente. Le forze di sicurezza hanno risposto sparando sulla folla ed uccidendo una decina di manifestanti, compresi tre bambini. Il giorno seguente, il numero di partecipanti alla protesta era raddoppiato, con i contestatori che invocavano a gran voce le dimissioni del Governo in carica. La settimana successiva le proteste si sono estese, arrivando a infuocare le piazze delle città più grandi del paese fino, appunto, alla capitale Khartoum.

Alle proteste, supportate dall’opposizione, si sono aggiunti gli scioperi di categoria indetti da medici, immediatamente seguiti da avvocati e liberi professionisti. La società civile si è dimostrata determinata e senza paura. Con un bilancio di 50 vittime, nelle ultime settimane, le proteste, anziché arrestarsi, hanno attratto sempre maggiori consensi.

Infine, la svolta: l’appoggio dell’esercito e la deposizione del presidente.

Nonostante l’aria di festa per l’evento, gli organizzatori della protesta hanno condannato il golpe dell’esercito, esortando le persone a non abbandonare il sit-in collocato di fronte alla sede delle forze armate a Khartoum. La società civile non deve fermarsi proprio ora, dal momento che le richieste sono chiare e parlano di transizione civile e politica, non militare.Dopo trent’anni di dittatura, il popolo sudanese non intende lasciarsi sfuggire l’opportunità di vedere finalmente riconosciuti i propri diritti.