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La grandezza perduta del Lago d’Aral

Alla frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan, il lago d’Aral è stato al centro di uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi decenni. Un tempo grande oasi dell’Asia centrale sfruttata dai pescatori locali, dai primi anni Sessanta ha visto diminuire sempre più la propria estensione a causa di massicci interventi dell’allora Governo sovietico. Si stima che nel 2007 le dimensioni del lago siano giunte al 10% della sua superficie originaria.

Il lago in origine era alimentato da due fiumi, l’Amu Darya e il Syr Darya, che vennero deviati per irrigare le piantagioni intensive di cotone, con enormi conseguenze sull’ecosistema della zona. Il progetto rientrava nei piani sovietici di rapido sviluppo agricolo, ma le modalità con cui venne attuato provocarono la progressiva riduzione della superficie del lago, all’epoca quarto per dimensione mondiale con un’area di circa 68.000 km².

La riduzione del livello delle acque ha permesso alle polveri velenose dei pesticidi utilizzati per la coltivazione del cotone, presenti nelle stesse acque del lago, di sedimentarsi sul fondale e, per via delle frequenti tempeste di sabbia, di essere trasportate anche a molti chilometri di distanza. Negli anni questo fenomeno ha messo a rischio zone inizialmente non interessate al problema, con gravi effetti sulla salute degli abitanti delle città vicine.

L’utilizzo di diserbanti in grandi quantità ha inoltre inquinato il terreno circostante. Lo svuotamento del lago ha prodotto anche un’alterazione del microclima dell’area, poiché il prosciugamento di gran parte dell’acqua ne ha alterato la funzione regolatrice, accelerandone a sua volta l’evaporazione per via del clima più torrido.

Il disastro ecologico ha avuto anche un impatto sull’economia locale, che si fondava in gran parte sulla pesca. L’esempio più eclatante è quello di Muynak, un tempo attiva città costiera nota per la lavorazione del pesce, che si è ritrovata a circa 50 km dalla riva a causa del ritiro del lago. Questo arretramento delle acque ha messo in ginocchio l’economia della zona, costringendo molta parte della popolazione a spostarsi. Inoltre, nelle zone dove ancora si riusciva a pescare, l’aumento della salinità e i residui chimici lasciati dalla lavorazione agricola intensiva hanno causato un enorme calo del pescato.

Tra il 1960 e il 2000, sia la quantità d’acqua deviata dai fiumi immissari, sia la produzione di cotone sono raddoppiate. La scomparsa di grandi porzioni del lago d’Aral ha lasciato spazio ad aree aride che oggi costituiscono il deserto salato dell’Aralkum. Nel 1987 la situazione divenne critica a tal punto da poter considerare l’Aral come diviso in due bacini distinti, il ’Grande Aral’ a sud e il ’Piccolo Aral’ a nord.

Non è rassicurante il futuro del Grande Aral, la maggior parte delle acque del quale si trova in Uzbekistan. L’economia del paese si regge prevalentemente proprio sulla coltivazione del cotone, di cui è uno dei maggiori esportatori. Una parte della popolazione insieme alle associazioni ambientaliste denunciano i danni alla salute causati dall’alterazione climatica della zona. Il Grande Aral si trova tuttora in uno stato di abbandono.

La situazione è invece decisamente migliorata nel bacino settentrionale. Infatti, con la costruzione della diga di Korakal sul fiume Syr Darya, opera lunga ben 12 km, il livello dell’acqua si è alzato di circa 3 metri e il grado di salinità si è notevolmente abbassato. Il progetto, completato nel 2005 e finanziato dalla Banca Mondiale con un investimento di circa $86 milioni, su proposta del governo kazako, ha permesso il ritorno di oltre venti specie di pesci, in precedenza scomparse dal lago. Questo ha ridato slancio all’economia dell’area, tant’è che i piccoli paesi costieri si stanno lentamente ripopolando.

Un’altra criticità riguarda l’isola di Vozrozdenie, nel mezzo dell’Aral, dove in epoca sovietica sorgeva il laboratorio di Kantubek, insediamento militare adibito a test chimici. Essendo lo stesso stato abbandonato nel 1991, le progressive alterazioni climatiche della zona deteriorarono alcuni contenitori di materiale biologico ancora presenti nella base. Inoltre, l’evaporazione delle acque del lago portò al progressivo ricongiungimento dell’isola con le rive del lago. Si prefigurava il rischio di un disastro batteriologico senza precedenti, in quanto si temeva che alcune sostanze come antrace e bacilli di peste potessero disperdersi nell’ambiente. Nel 2002 una spedizione scientifica americana ha però bonificato i resti della base, tra cui oltre 100 tonnellate di antrace, evitando che gli animali della zona potessero addentrarsi ed entrare in contatto con gli agenti contaminanti, col rischio di provocare epidemie mortali.

La storia del lago d’Aral diventa importante per la comunità internazionale nei primi anni ’90. Dal 1992 la Banca Mondiale e alcuni paesi dell’area hanno iniziato a collaborare per trovare soluzioni e discutere di un possibile tentativo di recupero del lago. Sono stati avviati programmi come l’Aral Sea Basin Assistance Program (ASBP) e istituzioni quali l’International Fund for Saving the Aral Sea (IFAS), e l’Interstate Council for Addressing the Aral Sea Crisis (ICAS).
Lo scorso anno, in occasione del summit IFAS tenutosi in Turkmenistan, il presidente turkmeno Berdimuhamedov ha invitato i suoi omologhi di Uzbekistan, Kazakistan, Kyrgyzstan e Tajikistan a discutere e analizzare la situazione con l’intento di impegnarsi concretamente in questa sfida ecologica. Proprio in collaborazione con l’IFAS è stata adottata una risoluzione dall’ONU (A/RES/72/273) sul salvataggio del lago d’Aral, a dimostrazione del fatto che questa triste vicenda ambientale rappresenta ormai una priorità universalmente riconosciuta.

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