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La difficile situazione del mercato finanziario turco

È grave la situazione della Turchia. A partire dal terzo e quarto trimestre dello scorso anno, l’economia del paese si trova a attraversare un periodo di recessione accompagnato da un alto livello d’inflazione. Solo nel mese di febbraio i prezzi per i consumatori sono arrivati a essere superiori di circa il 20% rispetto all’anno precedente e, per far fronte al problema, la Banca centrale turca ha provveduto ad alzare i tassi d’interesse, nonostante la contrarietà del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Le origini della crisi sono di natura non solo macroeconomica e monetaria, ma anche geopolitica. Il paese è stato al centro di una svolta autoritaria legata alla nascita della Repubblica presidenziale nel corso del 2018, nonché di un notevole deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti; Trump aveva infatti annunciato l’introduzione di nuovi dazi su alluminio e acciaio turchi, rispettivamente del 20% e 50%, ed espresso preoccupazione circa la nuova alleanza tra Ankara e Mosca. Tra le opportunità intraviste da Erdoğan nel prendere accordi con Putin primeggiava certamente la possibilità di accrescere la sua sfera d’influenza verso l’Oriente e la zona balcanica; allo stesso modo, va ricordata la forte interdipendenza economica, energetica e infrastrutturale esistente tra Turchia e Russia, come nel caso del progetto della centrale nucleare di Akkuyu (2010).

Nel 2017, con una crescita superiore al 7% dovuta in massima parte alla facile concessione di credito a imprese e famiglie, l’accelerazione dell’economia turca aveva fornito le prime avvisaglie di un forte aumento dell’inflazione, che aveva già raggiunto il 16%.

Poche settimane addietro, la precaria stabilità turca è stata nuovamente messa alla prova, con tensioni sulla lira che hanno portato a un deprezzamento del 5% sul dollaro, mentre il mercato dei cambi ha subito fluttuazioni anomale: dopo la tempesta finanziaria che ha colpito il paese l’estate scorsa, più precisamente nell’agosto 2018, oggi sulla Turchia sembrano essere tornate le speculazioni ribassiste. Causa scatenante di tutto ciò sarebbe stata la notizia diffusa della mancanza di ben $6,3 miliardi dalle riserve della Banca centrale nazionale. L’istituto non ha fornito una spiegazione chiara a giustificazione del calo delle riserve e questo ha determinato l’interpretazione, da parte del mercato, che la Turchia stia facendo affidamento su tali somme di denaro estero per sostenere la lira. Contemporaneamente, si è intensificata la fuga di capitali dal paese e con un livello d’inflazione che ha toccato il 19% nelle ultime settimane: non deve sorprendere il fatto che numerose famiglie e aziende abbiano tentato di mettere al sicuro il proprio patrimonio.

A poco è valso il forte interesse dimostrato dalla classe politica a sostegno della valuta nazionale in vista delle recenti elezioni amministrative e, ancora meno, le misure adottate per arginare la situazione di crisi finanziaria: il malcontento della popolazione nei confronti del regime e della situazione economica è andato crescendo, tanto che l’AKP, partito di Erdoğan, ha perso il controllo delle tre città più grandi per popolazione e per sviluppo economico, ovvero Ankara, Istanbul e Izmir.

Ad aggravare la già instabile situazione si è aggiunto un commento da parte dell’agenzia di rating Moody’s che ha messo in discussione l’indipendenza della Banca centrale turca: “L’intervento a supporto della lira è contrario alla politica di lunga data della Banca centrale che permette al tasso di cambio di fluttuare liberamente e solleva nuovi dubbi circa la sua trasparenza e indipendenza. La nuova scivolata del mercato finanziario turco e l’incerta reazione politica alla recessione aumentano il rischio di un’ulteriore fuga di capitali”.

Il calo delle riserve suggerirebbe un chiaro intervento da parte dell’istituto bancario nel mercato dei cambi a supporto della lira già precedente le elezioni. Ora, il futuro della situazione macroeconomica della nazione è legato alle prossime riforme finanziarie che sono state annunciate lo scorso 10 aprile da Berat Albayrak, genero di Erdoğan e ministro del Tesoro e delle Finanze. Le misure proposte si concentrano su crescita, inflazione e sistema bancario; il ministro ha inoltre assicurato che il governo seguirà tutti i passi necessari al fine di rafforzare l’ecosistema finanziario.Questo difficile periodo per la Turchia non può essere che interpretato come un’opportunità, per porre rimedio ai problemi strutturali di un’economia traballante, laddove la priorità del paese è proprio il recupero della stabilità finanziaria.