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Nella sfida energetica globale, il Giappone prende le distanze dal carbone e investe sulla green energy

Nonostante il Giappone sia a oggi tra i maggiori finanziatori di centrali a carbone a livello globale, il paese continua a dar prova di forte volontà politica ed economica a disincentivare la produzione di questo combustibile fossile e intraprendere la strada delle energie rinnovabili.

Come riportato dal quotidiano nazionale Asahi Shinbun, in data 28 marzo, il ministro dell’Ambiente Yoshiaki Harada ha dichiarato che intende opporsi alla costruzione di nuovi centrali a carbone e al potenziamento di quelle già attive. Sebbene l’approvazione finale per la realizzazione di progetti energetici spetti al ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, l’opinione di Yoshiaki Harada ha un forte peso nel processo decisionale.

Tale iniziativa politica non solo risulta in linea con gli impegni ambientali presi da Tokyo, che in occasione dell’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato l’obiettivo di ridurre le emissioni del 26% (rispetto ai livelli del 2013) entro il 2030, ma segue la tendenza economica che da qualche mese influenza le scelte dei maggiori conglomerati nipponici.

Proprio qualche ora dopo la dichiarazione del ministro dell’Ambiente, non a caso, la società commerciale giapponese Marubeni Corp, tra le più grandi promotrici di centrali elettriche a carbone a livello mondiale, ha annunciato di voler aumentare gli investimenti nelle rinnovabili. L’azienda punterebbe a raddoppiare le entrate derivanti da energia pulita, il cosiddetto ‘green revenue’, per raggiungere un valore pari a $17 miliardi entro il 2023. Inoltre, tra i propositi più rilevanti annunciati dalla Marubeni lo scorso settembre, vi è proprio quello di non finanziare più la costruzione di nuove centrali.

La volontà dell’azienda di ridurre il proprio impatto energetico ha ispirato l’azione di altri colossi giapponesi, che, nei mesi successivi, hanno notevolmente disinvestito nel carbone. Tra questi spicca la Itochu Corporation, la quale, nel febbraio 2019 – oltre ad aver annunciato l’interruzione nella costruzione di miniere e centrali a carbone – ha manifestato l’intenzione di ridurre gli investimenti nel settore carbonifero in Australia e Indonesia. Azioni simili sono state intraprese da altre importanti compagnie come Sojitz Corp, Mitsui e Mitsubishi e da istituzioni finanziarie come la Sumitomo Mitsui Trust Bank, la Nippon Life e la Dai-Ichi Life.

Secondo quanto riportato dal Global Coal Plant Tracker, dal 2017 Tokyo avrebbe cancellato la realizzazione di numerosi progetti indirizzati alla produzione di carbone, per un totale di 7 GW. Si prospetta che una tendenza simile genererà un forte impatto sull’economia dei maggiori esportatori di carbone: esemplare è il caso dell’Australia, la quale attualmente vende al Giappone circa il 44% del carbone termico che produce.

La scelta politica ed economica di voltare gradualmente le spalle al carbone e aumentare gli investimenti nelle rinnovabili è senza dubbio dettata da circostanze intrinseche alla realtà del paese e a una generale tendenza che si registra a livello globale.

In primo luogo, è necessario sottolineare come l’autosufficienza energetica del Giappone è oggi pari ad appena il 10%, un dato che impone la necessità di sviluppare una strategia efficace per garantire sicurezza energetica al Paese. Fino all’incidente nucleare di Fukushima del marzo 2011, la fissione nucleare assicurava più di un decimo dell’approvvigionamento energetico. In seguito al disastro, però, la maggior parte delle centrali nucleari sono state chiuse, costringendo Tokyo ad aumentare la propria dipendenza dai combustibili fossili, che nel 2016 si aggirava intorno all’89%.

La priorità del paese, espressa anche nel Piano Energetico rilasciato dal Governo nel luglio 2018, è oggi quella di aumentare l’autosufficienza energetica, portandola al 24% entro il 2030. A tale obiettivo è connessa la necessità di ridurre la dipendenza da combustibili fossili al 56% e di aumentare l’impiego di fonti di energia rinnovabili. Nel documento è previsto anche un più controverso ritorno dell’energia nucleare, alla quale verrebbe affidato circa il 20-30% della produzione energetica. Una strategia a lungo termine per far fronte ai rischi energetici e agli impegni ambientali del paese è in attesa di essere rilasciata durante il summit del G20, che si terrà nel giugno 2019 ad Osaka.

Uscendo dai confini nazionali, invece, la transizione energetica giapponese, da un lato, sta avvenendo in reazione alle critiche sollevate a livello internazionale dai militanti ambientalisti rispetto ai finanziamenti indirizzati da Tokyo al settore carbonifero; dall’altro, segue l’andamento dei mercati globali. In un rapporto rilasciato dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis si evince, infatti, che oltre 100 istituzioni finanziarie di portata globale avrebbero disinvestito in misura massiccia nella produzione di carbone. Tra queste, troviamo l’Asian Infrastructure Investment Bank, Allianz, Generali, Morgan Stanley, Societé Generale e molte altre.

La tendenza ad allontanare i capitali dal carbone sarebbe in forte aumento: dall’inizio del 2018, sono state annunciate continue misure per limitare la produzione di carbone a una frequenza media di una ogni due settimane. Gli analisti lo definiscono un “impeto globale” che potrebbe rappresentare “l’inizio della fine del carbone”.  Tokyo non solo intende farne parte, ma, come ripetutamente espresso dal primo ministro Shinzo Abe, punta ad assumere una posizione di leadership mondiale nella lotta al cambiamento climatico.
Per riuscire a contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2°C, come stabilito dall’Accordo di Parigi, occorre una riduzione delle emissioni di CO2 di oltre il 55% entro il 2030 e quasi totale entro il 2050. Considerando che gli sforzi internazionali risultano ancora insufficienti, la recente tendenza dei mercati di allineare obiettivi economici a quelli ecologici potrebbe rappresentare un fattore determinante per completare l’azione dei governi, spesso ancora fiacca, e far fronte all’emergenza ambientale del nostro tempo.