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Panama: la ‘catastrofe silente’ delle Isole San Blas

Amate dai turisti per le distese di spiaggia bianchissima e le acque cristalline, le isole San Blas sono minacciate da continue inondazioni che rischiano di farle scomparire, insieme alle popolazioni locali. Tuttavia, il rapido innalzamento del livello del mare non è l’unica sfida per chi abita in queste zone, come denuncia la Estrella de Panamà, il più antico quotidiano panamense.

L’arcipelago di San Blas, al largo della costa caraibica, anche noto come ‘l’arcipelago delle donne’ per l’organizzazione matriarcale della società e per i coloratissimi vestiti caratteristici, è composto di 378 isolette. Gli abitanti di questi atolli sono i cosiddetti Kuna, discendenti degli Incas e degli Indios Mapuche. Vengono spesso definiti ‘popolo anfibio’ in virtù del fatto che vivono prevalentemente in mare per praticare la pesca e accompagnare i turisti sui caciuco, le tipiche canoe di legno.

Nonostante i contatti frequenti con la cultura occidentale, i Kuna sono una delle poche comunità indigene dell’America Latina ad aver mantenuto una forte identità culturale. La regione di Guna Yala, di cui fa parte l’arcipelago di San Blas, dal 1938 gode infatti di semi-autonomia, sotto una bandiera raffigurante due pugni incrociati che simboleggiano la forza che ha consentito agli antenati di scampare al dominio spagnolo.

I primi Kuna furono in grado di creare il proprio habitat dove prima vi era solo acqua. Per farlo, utilizzarono parte della barriera corallina insieme a terra, roccia e altri coralli, dando vita a veri e propri atolli. Col tempo, però, l’usanza ha portato alla distruzione delle barriere naturali, rendendo sempre più arduo resistere alle sempre più frequenti inondazioni. Come spiega Saavendra Casilda, professoressa all’Università tecnologica di Panama ed ingegnere civile, la causa del fenomeno è da rintracciare nel cambiamento climatico, che insieme all’aumento costante della temperatura provoca l’innalzamento del livello del mare e ingenti precipitazioni. I danni provocati da piogge e uragani fanno sì che la vegetazione sia sovraesposta, con un conseguente aumento dell’aridità di talune zone. Peraltro, le intemperie spesso danneggiano gli acquedotti e quindi a una carenza di acqua potabile.

Secondo Displacement Solutions, ONG che collabora con le Nazioni Unite, per evitare il caos occorre agire prima che si verifichi il disastro.

Al momento, si stima che gli indigeni distribuiti nelle varie isolette siano circa 28.000 e che queste comunità siano tra le più povere della regione. Secondo i dati del Ministero di Economia e Finanza di Panama, l’81% della popolazione Kuna sopravvive con meno di 100 dollari al mese. Per questo motivo, per venire incontro al problema, sarà necessario il sostegno dello Stato e la costruzione di numerose infrastrutture sulla terraferma. La sfida, in tal caso, non deriverebbe tanto dal fatto che numerose risorse saranno necessarie per edificare alloggi in grado di accogliere i migranti, quanto dalla necessità di incontrare ogni condizione per mettere in atto con successo una vera e propria ‘ricollocazione’ di intere comunità.

Nonostante le promesse del Governo, tuttavia, non si è ancora predisposto un piano d’azione per evacuare le isole. Questo sembra confermare l’assunto secondo cui la criticità maggiore dei problemi ambientali sia proprio la loro caratteristica di essere ‘catastrofi silenti’, che difficilmente risuonano nel dibattito pubblico internazionale, salvo provochino ingenti quantità di vittime e di feriti.

Eppure, ancora oggi, i cataclismi naturali possono dettare il futuro di intere popolazioni. Solitamente la tendenza degli sfollati è quella di rimanere all’interno dei confini nazionali, ma sin troppo spesso, in seguito a disastri ambientali, la cattiva gestione delle risorse e la non corretta organizzazione dei territori portano ad un aumento delle tensioni sociali, a fenomeni di guerriglia più o meno estesa e, infine, a veri e propri conflitti. Sotto il profilo del diritto internazionale, peraltro, spicca la mancanza di tutela giuridica per i cosiddetti ‘profughi ambientali’. La Convenzione di Ginevra (1951), di fatto, definisce ‘rifugiato’ chi è perseguitato per motivi legati a razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche, ma non contempla esplicitamente l’ambiente come fonte di rischio.

Nel caso dei Kuna, nonostante la loro elevata capacità di adattamento, gli effetti del cambiamento climatico sono tangibili e continuano ad aggravarsi. Sebbene Panama sia responsabile soltanto dello 0,02% delle emissioni globali, è particolarmente vulnerabile agli effetti di tale fenomeno. Per questo occorrerà che aumentino gli sforzi del Governo per rafforzare le politiche ambientali e tutelare le popolazioni più a rischio.