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L’Europa sta onorando gli impegni di Parigi sul clima?

A tre anni dagli accordi raggiunti nella XXI Conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, dei 195 Stati che vi hanno preso parte, nessuno sembra aver adottato politiche energetiche idonee a tenere fede all’impegno principale preso allora: contenere il riscaldamento globale entro i 2 ℃ rispetto al livello preindustriale.

La disattenzione verso i cambiamenti climatici è probabilmente da ricondurre, da una parte, allo scetticismo politico verso l’incidenza negativa dell’impronta umana sull’ambiente e alla conseguente preferenza verso la tesi che fa discendere questo fenomeno da eventi naturali (come è stato sostenuto dal presidente della Federazione russa Vladimir Putin al forum di ricercatori ambientali di Arkhangelsk del 2017). Dall’altra, ad una visione politica che ignora gli effetti dannosi del global warming sull’economia, sulla salute e sulla sicurezza nazionale (riflessa in alcune delle scelte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump; tra tutte, quella di non dare esecuzione all’accordo di Parigi e avviare, parallelamente, le procedure per l’uscita dallo stesso, per rinegoziarlo a condizioni più favorevoli all’economia statunitense).

L’Unione europea, invece, è parsa più propensa di altri a sostenere l’idea che il riscaldamento del pianeta sia causato dall’opera umana. Per questa ragione, il Consiglio europeo ha predisposto, già nel 2014, un ambizioso piano di ripensamento della politica climatico-energetica con obiettivi da raggiungere entro il 2030, consistenti in particolare nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto ai livelli del 1990 (dell’80-85% entro il 2050), nell’aumento del consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili fino al 27%, nel miglioramento dell’efficienza energetica almeno sino alla soglia del 30% e nello sviluppo dell’interconnessione elettrica pari ad almeno il 15%.

In quanto parte dell’accordo di Parigi sul clima, l’UE è conteggiata nella classifica del Climate Change Performance Index 2019 (CCPI), un’analisi pubblicata da CAN International, Germanwatch e New Climate Institute; tuttavia, l’Unione non riesce a piazzarsi nei primi posti, anche perchè questi rimangono vacanti: secondo questa analisi, infatti, non c’è Stato le cui performance siano idonee a contenere il riscaldamento globale entro i 2℃.

In base a tale classifica, il Paese UE più virtuoso è la Svezia, che ottiene più della metà della propria energia da fonti rinnovabili e punta ad eliminare l’uso del carbone entro il 2045.

La nazione meno virtuosa tra i Paesi UE, invece, sembrerebbe essere l’Irlanda. Tuttavia, anch’essa si appresta ad essere un Paese sempre più “green”: ad esempio, con il cosiddetto Fossil Fuel Divestment Bill, varato l’anno scorso, si è stabilito che il fondo statale irlandese “Ireland Strategic Investment Fund” (che ha l’unico mandato di indirizzare i propri investimenti per supportare l’attività economica e il livello di occupazione irlandese) dirigerà i propri 8 miliardi di euro non più verso compagnie petrolifere o altri combustibili fossili, bensì verso le aziende che operano nel settore delle fonti rinnovabili.

Meglio dell’Irlanda è la Germania, nella quale è in corso una notevole rivoluzione energetica, la cosiddetta Energiewende. Il governo tedesco, infatti, ha deciso che entro il 2022 dovranno essere disattivati tutti i reattori nucleari. Ha stanziato, inoltre, una spesa di 55 miliardi per il rimodellamento del mix energetico: la Germania prevede che, entro il 2050, l’80% di tutta l’energia prodotta nel Paese deriverà da fonti rinnovabili.

Con un risultato che potrebbe apparire sorprendente, l’Italia è addirittura più “green” della Germania. La penisola, infatti, presenta buone prestazioni sotto la maggior parte degli aspetti presi in considerazione dall’analisi CCPI, sebbene negli ultimi anni sembri essersi impegnata meno dei tedeschi nella riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e nello sviluppo di fonti rinnovabili. Ciò che incide maggiormente sulla sua posizione è lo scarso impegno nel raggiungimento degli obiettivi del suo piano strategico nazione decennale (SEN 2017) – adottato dal MISE e dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare –, che prevede un investimento da 175 miliardi di euro complessivi in energie rinnovabili, nell’ammodernamento delle reti e delle infrastrutture e nell’efficienza energetica. La situazione si aggrava, inoltre, si si considera l’assenza di un piano che le consenta di “uscire” dal carbone entro il 2025.
È possibile immaginare che, al di là di uno scetticismo “scientifico” più o meno sincero, i governanti che frenano il cambiamento di rotta sul trattamento del fenomeno climatico abbiano dei timori per quanto riguarda le conseguenze di questo cambiamento sul piano economico: nel breve termine, la conversione energetica potrebbe implicare la perdita di posti di lavoro, alcune aziende (specialmente quelle legate al settore energetico tradizionale) potrebbero perdere profitti e le previsioni di spesa statale cambiare. Al di là della necessità di gestire il cambiamento senza causare un malessere economico diffuso, tuttavia, si auspica che non venga dimenticato un principio di giustizia riconosciuto giuridicamente per la prima volta già negli anni ‘90, quando un’opera di disboscamento prevista dal governo filippino venne fermata dall’avvocato Antonio Oposa: il diritto umano alla pari opportunità intergenerazionale di vivere sul pianeta Terra.