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Speciale Tematico: Gli effetti della Brexit nel mondo

Di Desideria Benini e Gabriele Fonda

La decisione del popolo britannico di uscire dall’Unione Europea ha gettato il Regno Unito nel caos e nell’incertezza. Mentre scriviamo queste righe, non si sa ancora se l’ultimo atto del processo avviato il 29 marzo 2017 dovrà svolgersi nell’arco della settimana o se l’UE accoglierà un’ulteriore richiesta di rinvio avanzata da May, spostando la data a ridosso delle prossime elezioni europee. Certamente, però, a prescindere dall’esito finale delle trattative – no-deal, soft o hard Brexit è indubbio che questo evento stia producendo un’eco di risonanza planetaria.

Lontana dall’essere una questione unicamente europea, il subbuglio della Brexit raggiunge, in primis, gli Stati Uniti, partner commerciali d’eccezione per l’isola di sua maestà, con un export di beni e servizi che, secondo la Camera di Commercio Americana presso l’UE, ammontava, nel 2015, a $123,5 miliardi, con investimenti finanziari del valore di ben $593 miliardi.

Ecco spiegato perché la volatilità dei mercati europei, riflesso delle incertezze della Brexit, influenza negativamente l’economia americana: il rafforzamento del dollaro, conseguenza della caduta della sterlina e dell’euro, produce un aumento dei prezzi delle esportazioni USA e rende più costose le azioni americane per potenziali investitori stranieri. Inoltre, uscendo dal mercato comune, Londra perde la propria funzione di ‘passaporto’ per l’Europa, costringendo così le compagnie statunitensi a trasferire uffici e impiegati verso altre capitali europee.

Da questi disordini, tuttavia, non tutti escono sconfitti. Chiudendo le porte all’Europa, Londra sta offrendo a Wall Street il lasciapassare per conquistare il mercato finanziario europeo. Nel 2018, tra i sei maggiori istituti finanziari operanti in Europa, ben cinque erano di origine americana (Bloomberg). JP Morgan, Morgan Stanley, Goldman Sachs sono solo alcune delle grandi banche americane che, sfruttando il vuoto della Brexit, stanno rafforzando la propria egemonia a livello mondiale, a discapito dei rivali europei.

Per comprendere appieno l’impatto della Brexit sugli States è indispensabile accompagnare all’analisi economica una valutazione politica: secondo un rapporto diffuso dalla RAND Corporation, think tank statunitense, l’influenza americana nel Vecchio Continente potrebbe soffrire un forte calo a causa dell’esclusione della Gran Bretagna dalle sale di comando europee. Come sottolineato dagli esperti di relazioni internazionali Tim Oliver e John Williams, gli inglesi, storici difensori dell’atlantismo, hanno tradizionalmente contribuito a portare nell’Unione una prospettiva più internazionalista, in linea con le politiche statunitensi e in opposizione ai programmi di Mosca.

Subito dopo gli States, vengono tutti quegli altri paesi che, dai tempi del colonialismo, hanno mantenuto legami più o meno stretti con Londra. Dalle pagine del Telegraph, alla vigilia del fatidico 23 giugno 2016, emergevano le previsioni dei ‘Brexiteers’, per i quali la vittoria del ‘Leave’ avrebbe permesso alla Gran Bretagna di diventare “una nazione più robusta e autonoma, una potenza commerciale mondiale”. In una lettera allo stesso giornale risalente al 2013, Boris Johnson invitava la nazione a “guardare oltre l’Europa”, per rivolgersi ai 53 membri del Commonwealth. Questi paesi, spiegava l’allora sindaco di Londra, avrebbero rappresentato un partner più naturale per il Regno Unito, per affinità storiche, culturali e linguistiche; ma, soprattutto, avrebbero potuto offrire opportunità più vantaggiose in termini economici.

In effetti, negli ultimi quattro decenni, gli ex territori della Corona hanno registrato, in media, un tasso di crescita del 4.4%, chiaramente superiore alla performance europea del 2% (CFR). Ciò nondimeno, molti sono gli ostacoli che separano il Regno Unito dal creare una zona di libero scambio con l’intero Commonwealth. Per esempio, non è da sottovalutare la lontananza geografica: i più importanti alleati del Canada, infatti, sono da sempre gli Stati Uniti, mentre Australia e Nuova Zelanda sono interessate soprattutto ad accordi con potenze asiatiche.

Crescendo ad un ritmo serrato di circa il 7% annuo, tra tutte le ex-colonie, l’India è la più promettente. Ebbene, secondo l’analisi del Financial Times, “ironicamente”, proprio grazie all’uscita di scena del Regno Unito, diverrebbe più facile per l’UE superare lo stallo che per anni le ha impedito di trovare un’intesa commerciale con il gigante asiatico. I maggiori ostacoli all’accordo, infatti, come le tariffe sul whisky e i visti lavorativi, erano soprattutto voluti da Londra.

La forza geopolitica che maggiormente potrebbe trarre beneficio da un Regno Unito isolato potrebbe però essere l’Africa. La relazione prodotta nel 2011 dall’Overseas Development Institute, mostrava come svariate e numerose ricerche concordassero nell’affermare che la politica agricola comune (PAC), introdotta dall’UE nel 1962, ma già prevista nel trattato di Roma del 1957, avesse avuto un impatto negativo sui paesi in via di sviluppo, avvantaggiando i coltivatori autoctoni, a scapito di quelli extra-europei. Sebbene la riforma della PAC 2014-2020 abbia portato a dei miglioramenti in tal senso, come spiega lo studio richiesto dalla Commissione per lo sviluppo del Parlamento Europeo nel 2018, diverse problematiche rimangono irrisolte. La Brexit, quindi, offre la possibilità ai paesi africani di consolidare la propria unione negoziando un accordo comune che sia più conveniente per l’intero blocco. Per di più, Theresa May, in occasione di una visita ufficiale in Sud Africa, Nigeria e Kenya lo scorso agosto, ha promesso di indirizzare loro, entro il 2020, £4 miliardi di investimenti in più per l’economia e la sicurezza del continente, allo scopo di assicurarsi un partner più ricco, sicuro e affidabile.

L’ultimo rilevante scenario che vale la pena di esplorare per comprendere gli effetti geopolitici della Brexit attraverso i tanti nodi della rete di influenza britannica è chiaramente quello europeo, più vicino al nucleo pulsante del cambiamento. Un primo esempio è il settore della pesca: i pescatori britannici, infatti, sono nettamente a favore della Brexit, forti della convinzione che la Politica Comune sulla Pesca (PCP), volta a garantire un utilizzo equo e sostenibile della stessa, non favorisca l’industria ittica inglese. La maggior parte di essi esprime frustrazione e ostilità nei confronti di Bruxelles, ritenuta responsabile delle forti limitazioni delle quote inglesi del pescabile. Inoltre, la presenza in acque britanniche, più ricche per quantità e varietà, di pescatori francesi, olandesi e danesi con maggiori quote di pescato ha indotto a ritenere che Bruxelles controlli de facto le acque britanniche. Così, i pescatori inglesi sembrerebbero aver scommesso sul fatto che la Brexit non avrà conseguenze negative sul loro commercio.

I pescatori francesi, d’altro canto, anch’essi ostili alla rigidità delle regole della PCP, temono che l’esclusione dalle acque inglesi porterà alla “morte del loro mestiere”, al punto che “non ne varrebbe più la pena” (Euronews). Anche qui, però, prevale l’ottimismo verso il commercio, basato sulla considerazione, addotta anche dai britannici, per cui, anche con un no-deal, per esportare parte di un’offerta superiore alla domanda interna, la Gran Bretagna avrebbe interesse a negoziare con l’Unione, permettendo alle barche straniere la libera pesca nelle proprie acque in cambio della libera esportazione di pesce nel mercato europeo.

Per tornare sul versante più marcatamente geopolitico, un aspetto fondamentale di un ipotetico sistema comunitario post-Brexit concerne il settore della difesa europea, in virtù dell’importanza del Regno Unito sia in termini di potenziale militare, sia di cooperazione in ricerca bellico-industriale intergovernative e fra aziende di armamenti britanniche ed europee.

La concertazione bellico-industriale è il campo che più risentirà del processo di uscita dall’Unione Europea, soprattutto per la futura situazione doganale. Le aziende britanniche vantano numerose partnership con aziende europee, con rilevanti scambi di dati, risorse umane, materiali e finanziarie grazie all’attuale regime di libero scambio. L’uscita della Gran Bretagna dalla UE affiderà il prosieguo di tali collaborazioni ad un accordo di libero scambio tra le due parti. L’accordo è caldeggiato tanto dagli operatori britannici quanto da quelli europei, nella speranza di giungere a una nuova unione doganale de facto.

Un no-deal Brexit sarebbe assai dannoso in quest’ottica. In primis, per le limitazioni che deriverebbero da un accordo di massima o un ritorno all’applicazione delle regole del WTO. In secondo luogo, pesa il rischio di un’esclusione delle aziende di armamenti britanniche, fra le più importanti al mondo, dal mercato della difesa europeo (e, viceversa, una riduzione degli investimenti in Gran Bretagna). Ciò, mentre la UE, sotto l’impulso dell’alto rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza, Federica Mogherini, mira, oltre ad una maggiore integrazione militare, ad una liberalizzazione del mercato degli armamenti con bandi europei aperti a più paesi.

Anche la ricerca legata alla difesa risentirà della Brexit. Il Regno Unito, che rappresenta oggi 1/4 della spesa europea in difesa e potenziamento delle relative capacità industriali e tecnologiche, perderebbe l’accesso ai fondi europei destinati allo European Defence Fund, che, a sua volta, soffrirebbe dei mancati finanziamenti inglesi, con effetti in tutta l’Unione.

Circa l’aspetto operativo, occorre tenere a mente il timore che i tagli alla Difesa possano influire negativamente sul potenziale bellico britannico, privando così l’Europa di un nucleo valido di paesi storicamente pronti all’intervento. Una hard Brexit, inoltre, comprometterebbe la cooperazione inglese – già limitata dalla politica favorevole alla NATO – ad iniziative europee come la Permanent Structured Cooperation (PESCO) e la Coordinated Annual Revision of Defence (CARD) e non europee, ad esempio la Organisation for Joint Armament Cooperation (OCCAR).

Un no-deal, dunque, come faceva notare Difesa Online già nel 2017, priverebbe entrambe le parti di ingenti risorse militari e finanziarie e, parallelamente, le intese specifiche con l’European Defence Agency andrebbero a costituire l’unica possibile soluzione contro il rischio di esclusione inglese dalla difesa europea – con il Regno Unito considerato paese terzo senza influenza politica. A lungo andare, un risultato del genere potrebbe causare una divergenza UK-UE in seno a politiche di difesa e requisiti di capacità militari. La situazione è stata efficacemente riassunta dalle parole della ricercatrice Paola Sartori, che in un articolo per ECFR ha sottolineato che “L’UE dovrebbe riconoscere di non poter trattare la Gran Bretagna come un paese terzo qualunque in fatto di difesa.”
Resta da vedere quale corso prenderà la storia. Può darsi che molte delle ipotesi discusse su queste e altre pagine finiranno per essere smentite, così come le aspettative di chi credeva in un’uscita ordinata degli UK dall’Unione. Quel che è certo, però, è che non saranno solo i britannici a osservare i prossimi sviluppi di questa vicenda con timore, interesse e partecipazione.