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E’ possibile una tregua effettiva tra Hamas e Israele?

Sin dal 1967, Gaza è stata occupata da Israele. Al pari di Gerusalemme Est, del Golan e della Cisgiordania, essa è considerata dal diritto internazionale e dalle Nazioni Unite come territorio occupato.

Lo scontro tra Israele e Gaza, nonostante in passato vi sia stato un accenno a una fragile tregua, non cessa. Gli ultimi attacchi verso Israele, in aggiunta alle risposte dell’aeronautica israeliana, mettono a rischio la possibilità di un vero cessate il fuoco.

Lunedì scorso 1o aprile, gli scontri sono stati innescati da una granata di Hamas che ha colpito una famiglia di sette persone nei pressi di Tel Aviv. Nel frattempo, intorno i confini della Striscia, l’esercito israeliano aveva schierato alcune decine di carri armati, nonostante l’annuncio di Hamas di una tregua mediata dall’intelligence egiziana dello stesso giorno. E, in effetti, una tregua di fatto esisteva, quella che Hamas e la Jihad Islamico-Palestinese avevano offerto ad Israele tramite l’Egitto.

Gli stessi componenti della delegazione egiziana sono tornati nella Striscia di Gaza, dove, dalla città di Erez, hanno avviato le negoziazioni per una serie di provvedimenti per alleggerire la tensione nella Striscia. La stessa riapertura dei valichi rientra in un pacchetto di misure distensive mediate da Il Cairo, al fine di limitare gli scontri. Eppure la tensione resta palpabile, dopo che quattro manifestanti palestinesi sono morti sotto il fuoco israeliano durante le dispute al confine in occasione della ‘marcia del milione’ organizzata da Hamas.

Questa recente escalation non potrà che avere ripercussioni sulla campagna elettorale in corso per le imminenti elezioni politiche israeliane del prossimo 9 aprile. Il premier Netanyahu, subito rientrato dal viaggio istituzionale negli USA, è infatti sotto accusa da parte dei propri concorrenti, criticato per non aver garantito a sufficienza la sicurezza della popolazione. Percezione condivisa da 54% dei cittadini, che, stando al sondaggio di IDF Army Radio Pool, ritengono “fin troppo” timida la risposta del loro governo agli attacchi subiti. Nonostante la questione palestinese non fosse al centro né del dibattito politico né dei programmi di governo dei principali partiti in corsa, questi ultimi eventi rischiano di polarizzare ulteriormente gli ultimi giorni di campagna elettorale

Ad alimentare questo clima di ostilità si aggiunge l’occupazione del Golan.

Lunedì 25 marzo scorso, il presidente statunitense Donald Trump ha riconosciuto la sovranità di Israele sulle Alture del Golan, altopiano occupato dall’esercito israeliano nel 1967, dopo averlo sottratto al controllo della Siria. La decisione di Trump ha innescato molteplici reazioni. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), durante una riunione di emergenza richiesta dalla Siria, ha votato contro il riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture. Secondo l’UNSC, la decisione del presidente americano rischia di alimentare l’instabilità nella regione.

La condanna da parte dei membri dell’UNSC nei confronti della condotta statunitense arriva in concomitanza con quella dell’Unione Europea, espressa dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri il 27 marzo scorso. Federica Mogherini ha difatti dichiarato come: “La posizione dell’Unione europea per quanto riguarda lo stato delle Alture del Golan non è cambiata. In linea con il diritto internazionale e le risoluzioni 242 e 497 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’Unione europea non riconosce la sovranità israeliana sulle alture occupate del Golan”. Il Golan viene dunque considerato come territorio occupato.

Inoltre, in occasione dell’incontro della Lega Araba di domenica 31 marzo, i rappresentanti dei Paesi arabi hanno affermato congiuntamente il loro rifiuto del riconoscimento della sovranità israeliana sulle Alture. Essi hanno infatti rimarcato l’importanza della risoluzione del conflitto israelo-palestinese, considerata un fattore cruciale per la stabilizzazione dell’intera regione mediorientale.

Se è vero che il Golan, ad oggi, è considerato da Israele di rilevanza strategica e non sempre di facile sottomissione ad accordi, è pur vero che non è sempre stato così.La risoluzione 242 dell’UNSC – sostenuta, come detto, anche dall’Unione Europea – richiedeva a Israele il ritiro solo da una parte del Golan, non già dall’intera zona. Proprio nel maggio del 1974, quando Siria e Israele firmarono l’accordo sul disimpegno, lo stato ebraico abbandonò una significativa porzione del territorio conquistato, una superficie di circa 25 km², compresa la città di Quneitra. Negli anni novanta, durante la Conferenza di Madrid – in cui venne siglata la pace tra Giordania e Israele – furono proposti accordi di cessione di diverse porzioni di Golan nei confronti della Siria. Bashar al-Assad, in quella occasione, non accettò di accontentarsi di una proposta che non comprendesse la totalità delle Alture, rifiutando di fatto un eventuale accordo di pace con Gerusalemme.