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La gioventù africana e il #fridaysforfuture

Venerdì 15 marzo scorso, i giovani di tutto il mondo, dall’Italia alla Cina, dalla Norvegia fino all’Argentina, hanno scioperato per il pianeta Terra. La gioventù globale, che sembra non fidarsi più delle classi politiche e delle loro promesse per la salvaguardia dell’ambiente, si è mobilitata per affermare la volontà di cambiare il futuro.

Per diversi giorni, sui media di tutto il mondo, si sono susseguite interviste a studenti che denunciavano una situazione ambientale divenuta insostenibile: “Non voglio vivere in un mondo con un riscaldamento globale che supera i 3° C ha dichiarato un ragazzo intervistato dal quotidiano francese Le Monde.

I ragazzi del #FridayForFuture sono espressione di una crescente sensibilità che le società occidentali, in particolare quelle più industrializzate, stanno sviluppando a fronte degli evidenti effetti del cambiamento climatico. La maggior parte degli studenti che è scesa in piazza lo ha fatto in paesi europei, mentre solo una minoranza nei paesi africani, dell’Asia centrale o dell’America Latina, nonostante proprio queste ultime siano le zone più a rischio del mondo.

La crisi ambientale, infatti, non riguarda esclusivamente il famigerato aumento di 3 gradi centigradi previsto nei prossimi anni, ma si manifesta in un mondo complesso e in concomitanza con altri gravi problemi che affliggono la società umana, quali, ad esempio, la discriminazione sociale e culturale: un fenomeno che, nella storia contemporanea, si è spesso tradotto in forme di colonialismo non curanti dell’unicità di fauna, flora e tradizioni autoctone. In Africa, America Latina e Asia centrale le nuove generazioni si sentono perciò preda della tradizione capitalista e vedono nel cambiamento climatico la principale conseguenza della mancata sensibilità delle potenze occidentali.

Può darsi che a molti dei giovani che abitano le zone più povere del mondo, queste manifestazioni globali non lasceranno che un gusto amaro in bocca. Le rivendicazioni, pur sintomo di una preoccupazione crescente in seno ai paesi industrializzati, e gli slogan cantati nei cortei delle piazze belga ed europee devono essere messi a confronto con sensibilità diverse, come nel caso della gioventù africana, che si trova oggi a lottare quotidianamente con stringenti problematiche legate al cambiamento climatico, dalla siccità all’impossibilità di coltivare le proprie sementi.

Secondo un rapporto Oxfam del 2017, a causa delle avversità climatiche, sono più di 12 milioni le persone che in Etiopia, Kenya e Somalia sono a rischio di gravi carenze alimentari, con un impatto diretto sulla loro salute. L’aumento delle temperature, inoltre, causa nelle persone gravi problemi respiratori, e mette in crisi l’agricoltura, alimentando i tassi di malnutrizione e povertà.

Si tratta, quindi, di comunità che vivono i cambiamenti climatici con consapevolezze diverse: da una parte, si hanno cortei di genitori e figli che camminano per le città con striscioni e cartelli; dall’altra, persone che per sfuggire da questi disastri ambientali (e da una serie di problematiche di altro genere) affrontano traversate potenzialmente mortali nel Mediterraneo.

Il 26 marzo, dalla sede delle Nazioni Unite, il segretario generale Antonio Guterres ha richiamato l’attenzione del mondo sulla catastrofe del ciclone Idai che si teme affliggerà almeno 3 milioni di persone tra Malawi, Mozambico e Zimbabwe e che ha già ucciso 700 persone. Guterres ha ricordato al pubblico che la perdita della sfida globale per l’equilibrio ecologico sarebbe una catastrofe per l’Africa e, per questo, è necessario un maggiore impegno da parte delle istituzioni dei paesi più avanzati affinché aumentino gli aiuti e i finanziamenti a sostegno dei paesi più a rischio.

Il cambiamento climatico non potrà essere combattuto senza superare le ingiustizie e le disuguaglianze che ancora caratterizzano il mondo odierno. Il #FridayForFuture non deve fermarsi alle misure ambientali, come la riduzione delle emissioni di CO2; a questi interventi importanti e necessari si devono aggiungere politiche di sostegno e cooperazione con i paesi che più di tutti ne pagano il peso. Solo così questa ‘generazione clima’, da europea, potrà diventare realmente globale.