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Equilibri europei: Brexit e il ruolo della Gran Bretagna nei Paesi balcanici

Tra Brexit, no deal, ‘piano May’ e lunghe trattative con l’Unione Europea, il Regno Unito difficilmente potrà continuare a giocare la parte del sostenitore del processo di avvicinamento e delle negoziazioni per l’ingresso dei Balcani occidentali entro il quadro comunitario.

Durante il conflitto nei Balcani, gli stati europei si divisero fra chi sosteneva il principio di autodeterminazione dei popoli e chi si schierava a favore del mantenimento dell’integrità territoriale. Quando Croazia e Slovenia dichiararono l’indipendenza, l’Austria, la Germania e la Santa Sede ne appoggiarono l’indipendenza, mentre Regno Unito, Francia e Italia sostennero l’integrità della Jugoslavia. Ciò, non impedì però al primo ministro inglese Tony Blair di figurare tra i sostenitori, nel 1999, dell’operazione ‘Allied Force’ della NATO, condotta con l’obiettivo di colpire la presenza serba in Kosovo e ricondurre Milosevic al tavolo delle trattative.

Negli anni seguenti la fine della guerra, il Regno Unito fu di fatto uno dei promotori del dialogo e della cooperazione dell’Unione con gli stati balcanici, auspicando un ampliamento dei confini dell’UE, anziché una maggiore integrazione politica. Ecco perché, ancora oggi, il Regno Unito sembra voler mantenere un dialogo aperto con i paesi balcanici, in favore di un’ulteriore politica di allargamento.

In virtù di tale rapporto, il Regno Unito ha aderito al Processo di Berlino, un’iniziativa politico-diplomatica di stampo intergovernativo lanciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel 2014: obiettivo principale del Processo è instaurare una maggiore cooperazione tra alcuni stati membri dell’Unione e gli stati balcanici. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Austria, Croazia e Slovenia, insieme agli omologhi di Serbia, Albania, Bosnia, Macedonia, Kosovo e Montenegro, si sono incontrati per la prima volta a Berlino nel 2014. Ad essi si sono aggiunti, negli anni successivi, i rappresentanti di Italia, Regno Unito, Polonia e Bulgaria. L’ultimo appuntamento del Processo si è svolto a Londra, a luglio 2018.

La scelta di ospitare l’incontro proprio a nella capitale inglese ha un significato particolare.

Nel vertice tenutosi a Trieste nel 2017, l’allora ministro degli Esteri britannico Boris Johnson ha annunciato che il quinto summit sarebbe stato ospitato a Londra. Johnson, orgoglioso del fatto che il Regno Unito avrebbe ospitato il vertice, affermò che si trattava di “una ferma dimostrazione del sostegno della Gran Bretagna alla riforma tanto necessaria per migliorare la sicurezza della regione, rilanciare l’economia e combattere sfide come [il traffico di] droghe illegali”.

Sulla falsariga delle parole di Johnson, come riportava Sputnik nel luglio scorso, l’ambasciatore britannico in Serbia Denis Keefe aveva definito, in un tweet, il Vertice “la continuazione del profondo interesse che il Regno Unito ha dimostrato ai suoi partner dei Balcani occidentali da decenni”. I contenuti essenziali del summit, infatti, si concentrano sulla necessità di garantire una maggiore stabilità economico-sociale. Innanzitutto, sono stati promessi strumenti necessari a risollevare l’economia dei paesi della regione. Il rilancio dei rapporti economici è stato concretizzato in una politica di investimenti nel settore della cyber security e, inoltre, si è discusso di argomenti quali il mercato nero delle armi, il traffico di droga e il terrorismo, cercando anche di instaurare una maggiore cooperazione tra le parti.

Il Regno Unito ha infine deciso di volersi impegnare per promuovere l’occupazione giovanile, in modo tale da contrastare i problemi legati all’immigrazione di giovani disoccupati nel paese. Per far ciò, si è prevista l’istituzione di un fondo di £10 milioni per investire nelle competenze digitali.

Il vertice è stato, d’altro canto, offuscato dalla notizia delle dimissioni del segretario di stato britannico per la Brexit David Davis e di Boris Johnson, annunciate a poche ore dall’inizio dell’incontro. Il meeting è così passato in secondo piano, con le attenzioni indirizzate verso le difficoltà interne al Governo inglese, ora spaccato sulla questione della Brexit. In quest’occasione, come sottolineato da Eleonora Poli su Affari Internazionali, è emerso “quanto la Brexit renderà difficile per Londra mantenere la stabilità politica necessaria per giocare un ruolo di peso nell’arena globale”.

Ma cosa accadrà dopo la Brexit? Viste le trattative ancora in corso e partendo dal presupposto che il Regno Unito sembri voler continuare a mantenere la leadership nella cooperazione con i paesi balcanici, si potrebbe provare a delineare un possibile quadro futuro. Da un lato, è possibile ricordare quanto già sostenuto dal giornalista e scrittore albanese Idro Seferi  il 27 giugno del 2016, a pochi giorni dall’esito del referendum: l’uscita del Regno Unito potrebbe stimolare gli altri Stati membri a rivalutare l’ipotesi di integrazione dei paesi balcanici; ma è comunque probabile che, dall’altro lato, con l’abbandono del principale promotore, l’ipotesi venga semplicemente archiviata.

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