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Il sogno cinese

La Belt and Road Iniziative (BRI) è stata uno dei temi più dibattuti delle ultime settimane, con schieramenti di favorevoli e scettici contrapposti, sia a livello nazionale sia internazionale. Prima di analizzare nello specifico il Memorandum of Understanding (MoU) tra Italia e Repubblica Popolare Cinese (RPC), occorre partire da un rapido excursus sulla sua essenza.

Il progetto, nato sotto il nome di One Belt One Road e proposto per la prima volta a Pechino nel 2013, mira a fondere gli ambiti economico, geostrategico e culturale. Il potente segretario del Partito Comunista Cinese e presidente cinese Xi Jinping lo ha definito ’il sogno cinese’, formula che, nella sostanza, potremmo tradurre con ’globalizzazione cinese’.

Difatti, nella sua accezione ’internazionale’ – BRI – si traduce in un mastodontico progetto infrastrutturale multivettoriale (porti-aeroporti-ferrovie) che, nei progetti del suo principale ideatore, Xi Jinping in persona, dovrebbe fungere da volano sia per rilanciare l’economia nazionale e gli scambi commerciali con i paesi eurasiatici, sia per dare nuova linfa alla politica estera cinese, tanto rilevante agli occhi del Governo da inserirlo nella stessa Costituzione cinese.

Le due nuove Vie della Seta (terrestre e marittima), che connetteranno la Cina con l’Europa, passando attraverso l’Asia centrale, secondo le stime del Governo cinese arriverebbero a coinvolgere i due terzi della popolazione mondiale, collegando l’estremo oriente in misura maggiore anche con il continente africano.

Secondo Il Sole 24 Ore, “Il piano generale, così come delineato cinque anni fa (ndr, sei anni fa), dovrebbe cambiare il volto dell’Eurasia: 900 progetti di nuove infrastrutture, quasi 1.000 miliardi di dollari da investire, 780 miliardi generati dagli interscambi con i 60 paesi coinvolti, 200 mila nuovi posti di lavoro”.

Dal 2013 a oggi, e, in particolare nel biennio 2014-2016, il Governo cinese ha già investito oltre €50 miliardi nel progetto. Conseguentemente, l’interscambio tra i paesi che hanno già aderito alla BRI avrebbe raggiunto, secondo l’Ambasciatore d’Italia a Pechino, Ettore Sequi, €350 miliardi dal 2014 al 2017. In tutto questo, l’Italia è stata finora uno dei partner commerciali UE più importanti per Pechino, anche se solo in termini relativi. La Germania, infatti, vanta un interscambio commerciale con la Cina pari a circa €190 miliardi; l’Italia arriva ’solamente’ a €40 miliardi.

A riprova dell’interesse italiano verso il progetto e dell’importanza delle relazioni con la Cina si ricorda la partecipazione al Forum di Pechino nel 2017 degli allora ministri degli Esteri e delle Infrastrutture Angelino Alfano e Graziano Delrio, accompagnati dal presidente della Repubblica Mattarella e dall’allora premier Gentiloni, unico Primo Ministro presente tra i paesi del G7.

In quell’occasione venne firmato un Memorandum di intesa per la creazione del Sino-italian Co-investment Fund, un fondo da €100 milioni destinato alle piccole e medie imprese italiane e cinesi. Inoltre, fu sostenuto l’interesse a cooperare, da parte cinese, per il rinnovamento dei porti di Genova, Trieste e Venezia, al fine di accrescerne il volume di merci transitanti, anche grazie all’avvenuto raddoppio del Canale di Suez nel 2015, che li ha resi parte integrante nella Via marittima.

Giungendo, dunque, al Memorandum of Understanding firmato dal Governo Italiano a dal corrispettivo cinese lo scorso 23 marzo, è anzitutto da notare che non è un trattato, ma uno strumento volto a incrementare la cooperazione bilaterale: un documento che introduce come trattare i futuri ed eventuali accordi e le controversie commerciali e culturali italo-cinesi.

Nell’ambito di questa intesa sono state firmate 29 iniziative, di cui 10 di carattere commerciale e 19 tra attori istituzionali. Per quanto concerne le prime, esse hanno riguardato principalmente il settore energetico, culturale e delle turbine a gas, per un valore attuale di €2,5 miliardi – e con un potenziale fino a €20 miliardi. Le intese di carattere istituzionale hanno, invece, riguardato la risoluzione dei problemi legati alla doppia imposizione fiscale, i requisiti fitosanitari per l’import-export, i gemellaggi fra città, accordi per la semplificazione dei flussi turistici verso l’Italia e l’esportazione culturale italiana verso Pechino.

La firma del MoU ha innescato numerosi malumori tanto internamente, quanto, e soprattutto, esternamente all’Italia. Le principali critiche arrivano, per ragioni diverse, sia dai paesi partner dell’Unione Europea, sia dagli Stati Uniti. I primi – in particolare Francia e Germania – rimproverano Roma per aver agito senza consultare gli altri paesi membri, rivendicando così la competenza esclusiva di Bruxelles negli accordi commerciali con paesi extra-comunitari. I secondi, invece, hanno messo in guardia dai presunti rischi alla sicurezza nazionale portati dal maggior ruolo commerciale della Cina, in particolare per quanto concerne le telecomunicazioni – in primis, relativamente all’impiego di tecnologie 5G, di cui Huawei, nemico dichiarato di Trump, potrebbe acquisire un sostanziale monopolio.

A queste accuse il Governo italiano ha risposto, da un lato, sostenendo che l’Italia ha agito in conformità a prassi di politiche bilaterali già esistenti tra gli stati comunitari e la Repubblica Popolare Cinese, come, ad esempio, tra Germania e RPC. Dall’altro lato, si sono esclusi meccanismi automatici di risoluzione delle controversie nell’ambito della sicurezza nazionale, attraverso strumenti di controllo attivo dello stato italiano per accordi su materie considerate ’sensibili’, come il 5G.
La BRI corre ormai sul doppio binario economico egeopolitico. Pensare di poterlo ignorare sarebbe incauto. La Cina non è più solo vicina: la Cina è arrivata.