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Mentre l’Europa si divide, l’Africa accelera nel suo cammino verso l’unità

Rivolgendosi ai cittadini europei attraverso una lettera inviata il 4 marzo scorso alle maggiori testate del Vecchio Continente, il presidente francese Macron aveva scelto parole chiare e perentorie: “Mai l’Europa è stata tanto in pericolo”. Dopo il forte trauma della Brexit e la fulminea ascesa di forze nazionaliste, il dibattito sull’Unione Europea e la grave crisi che quest’ultima sta attraversando sono, infatti, più vivi che mai.

Mentre l’Unione cerca di rimanere in piedi senza più una delle sue colonne portanti, a sud del Mediterraneo sembra che le cose procedano nella direzione opposta. L’Unione Africana sta lavorando a ritmo serrato per creare una forza, con le parole di Macron, “sempre più forte e più capace […] un’organizzazione che sia agile, in salute e efficace”.

Paragonare l’Unione Africana (UA) all’Unione Europea sarebbe azzardato, se si considerasse la differenza sostanziale esistente tra i due continenti che le ospitano, sia in termini di trascorsi storici, sia di odierne condizioni socio-politiche ed economiche. Non si può però negare che l’idea di costruire un organismo di unione, solidarietà e integrazione, sia politica che socio-economica, tra i vari e numerosi stati di un’unica grande Africa sia proprio di ispirazione europea.

Gli stessi organi costitutivi dell’Unione Africana sono improntati sul modello istituzionale dell’UE: il Parlamento panafricano è, come il Parlamento europeo, lo strumento inteso a dare rappresentanza alla società civile. Tuttavia è privo di una simile autorità legislativa. L’Assemblea, invece, organo supremo dell’UA, è composta da capi di stato e di governo, sull’esempio del Consiglio europeo.

Ciò che maggiormente differenzia i due organismi, è la natura sovranazionale di quello europeo, che lo rende unico nel suo genere. E se peraltro l’Unione Africana non può fregiarsi di aver compiuto processo di integrazione della stessa portata, anch’essa ha affrontato un lungo e tortuoso viaggio verso una sempre maggiore unità.

Il primo grande passo è avvenuto nel 1999, quando l’Assemblea decise di rinnovare l’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), nata nel 1963. Durante i circa 40 anni trascorsi da quella data, l’OUA aveva mantenuto un ruolo molto marginale nel continente, ostacolata dal suo stesso principio istitutivo di ‘non interferenza’, che rendeva impossibile intervenire negli affari interni degli Stati membri. Con l’avvento degli anni 2000 e della globalizzazione, considerando anche la fine della Guerra Fredda e del colonialismo, le esigenze del popolo africano mutarono: la crescente richiesta di democrazia, pace e prosperità chiamava ad una risposta più incisiva. Per questo, i capi di stato del continente decisero di rifondare l’OUA su un nuovo atto costitutivo, così da attribuirle la prerogativa di intervenire in circostanze gravi, quali crimini di guerra, genocidio o crimini contro l’umanità. Nel 2002, è stata inaugurata la prima Assemblea dell’Unione Africana: “per un’Africa nuova, lungimirante, dinamica e unita”.

Oggi, l’istituzione panafricana si muove verso ulteriori novità. Pilota di un radicale processo di riforme è stato, in particolare, il presidente ruandese Paul Kagame, a capo dell’Unione Africana tra il 2018 e il 2019. Con l’obiettivo di snellire e ottimizzare l’organizzazione dell’UA, Kagame ha ottenuto di ridurre il numero di membri della Commissione, segretariato dell’Unione con funzioni esecutive, da otto a sei, rendendo le rispettive aree di competenza più corpose e consistenti. Altra cruciale questione è stata l’indipendenza finanziaria dell’Unione: più del 50% del suo budget è infatti versato da partner esteri. Per raggiungere l’autosufficienza, oltre ad aver istituito sanzioni più severe per gli stati inadempienti, Kagame ha proposto di riscuotere una tassa dello 0,2% su una gamma di prodotti importati dall’estero. Il progetto ha però faticato a trovare un consenso unanime e ancora oggi circa la metà dei membri si rifiuta di implementarlo.

Pur non avendo visto realizzato per intero il suo disegno, Kagame potrà vantare un sostanziale successo. Nel maggio 2018 infatti, durante il Congresso di Kigali, 49 stati su 55 hanno firmano l’accordo a creazione di una Zona di Libero Scambio dell’Unione Africana segnando “un momento storico nella vita del continente”, “un sogno che diventa realtà”. Riducendo le barriere doganali e facilitando gli scambi, l’Africa ambisce dunque a un sempre maggiore sviluppo economico. Determinato a imporsi sulla scena mondiale, il continente è giunto ora alla consapevolezza che “l’integrazione non è più un’opzione ma un imperativo”.

Questa stessa convinzione è stata la miccia che ha fatto accendere il sogno europeo, più di mezzo secolo fa. Gli avvenimenti recenti però – la Brexit in primo luogo – sembrano portare a credere che questo progetto sia più precario di quanto i suoi fautori non vogliano lasciare a intendere.

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