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The bad boys of Brexit

 

Ho un messaggio molto semplice per la Russia: sappiamo ciò che state facendo e non ci riuscirete […] Il Regno Unito farà ciò che è necessario per proteggere se stesso e lavoreremo con i nostri alleati allo stesso modo”. Con queste parole, il 13 novembre 2017, Theresa May, premier del governo britannico, attaccava la Russia, colpevole di “cercare di militarizzare l’informazione, utilizzare i media di Stato per introdurre fake stories con l’intento di mettere discordia in Occidente e minacciare le nostre istituzioni”. Poco più di un anno dopo il referendum che aveva sancito la volontà della Gran Bretagna di uscire dall’Unione europea, l’ombra della presenza russa su quella consultazione ha cominciato a farsi strada.

La svolta si è avuta a giugno del 2018, quando un’inchiesta del periodico domenicale The Observer ha portato alla luce alcuni legami tra la campagna a favore del ‘Leave’ e l’ambasciata russa a Londra. La vicenda ruota attorno alle figure di Arron Banks, uomo d’affari milionario, e dell’ambasciatore russo Alexander Yakovenko. Banks è stato uno dei fondatori del comitato Leave.EU, insieme al leader dell’UKIP Nigel Farage, ed è passato alle cronache per aver finanziato la campagna per il ‘Leave’ con 8 milioni di sterline, diventando il più grande finanziatore nella storia del Regno Unito. Yakovenko è stato invece individuato dal procuratore speciale Robert Mueller come l’intermediario di alto livello tra la campagna di Trump e il Cremlino.

Secondo alcuni documenti in possesso dei giornalisti inglesi, dal novembre del 2015 al 2017 si tennero 11 incontri tra alcuni esponenti di Leave.EU e ufficiali di alto livello dell’ambasciata russa. In particolare, nei giorni precedenti il lancio del comitato, avvenuto il 18 novembre 2015, Yakovenko avrebbe presentato a Banks e Andy Wigmore, portavoce di Leave.EU e partner commerciale di Banks, un uomo d’affari russo, Siman Povarenkin, con cui avrebbero discusso di un possibile investimento in miniere d’oro russe. Questa negoziazione sarebbe continuata attraverso un viaggio dei due businessmen inglesi a Mosca nel febbraio del 2016, per incontrare degli alti dirigenti della Sberbank, banca statale finanziatrice dell’accordo. Secondo il The Observer, questo sarebbe stato un canale utilizzato dal governo russo per finanziare indirettamente la campagna per la Brexit.

Un altro episodio controverso portato alla luce riguarda uno scambio di messaggi all’interno del comitato Leave.EU: l’11 marzo 2016, l’ambasciata russa a Londra rilasciò un comunicato stampa in risposta a un intervento dell’allora ministro degli esteri britannico Philip Hammond, per il quale la Russia era l’unico Paese a volere che il Regno Unito lasciasse l’UE. Nel comunicato, l’ambasciata chiedeva che il governo inglese desse spiegazioni. Lo scambio di messaggi all’interno del comitato, pubblicato dal The Observer, indica che non solo approfittò dell’occasione per pubblicare un post sui social della campagna in sostegno all’ambasciata, ma che lo stesso Banks suggerì di mandare una nota di supporto all’ambasciatore russo, a dimostrazione di un rapporto consolidato tra le parti.

Intervistata da The Observer, l’ambasciata russa ha negato “di essere intervenuta in alcun modo nel processo politico interno del Regno Unito, incluso il referendum sulla Brexit”.

Ma i rapporti del comitato Leave.EU e di Banks con soggetti esteri non si fermerebbero ai russi: il 24 ottobre 2015, Banks avrebbe mandato una e-mail a vari destinatari, tra cui Steve Bannon, guru della campagna presidenziale di Donald Trump e fondatore di Cambridge Analytica, società di consulenza per la comunicazione elettorale. In questo messaggio, Banks affermava che “Leave.EU vorrebbe che Cambridge Analytica inventasse una strategia di raccolta fondi negli Stati Uniti e di coinvolgimento di aziende e speciali gruppi di interesse”. Come potenziale strategia, Banks suggerì che ci si rivolgesse a persone con legami familiari nel Regno Unito, per raccogliere finanziamenti e coordinare eventi sui social. Sul The Guardian, Emma Briant, accademica dell’Università dell’Essex che ha portato alla luce l’e-mail, suggeriva l’idea che Bannon vedesse la Gran Bretagna come una “porta di ingresso” per influenzare la politica europea.

Ai sensi della legge britannica, le donazioni a fini politici provenienti dall’estero sono illecite. Arron Banks è al momento sotto investigazione per i suoi finanziamenti al comitato Leave.EU, poiché la Commissione elettorale non lo ha ritenuto la vera fonte dei prestiti. Il ruolo di Banks è peraltro sotto la lente del comitato parlamentare d’indagine sulla disinformazione e sulle fake news, presieduto dal conservatore Damian Collins, secondo il quale “le e-mail suggeriscono che il ruolo di Bannon è stato più profondo e più complesso di quanto pensassimo […]. Ci sono collegamenti diretti tra i movimenti politici dietro la Brexit e Trump. Dobbiamo riconoscere il quadro più grande, coordinato attraverso i confini nazionali da persone molto ricche in un modo davvero mai visto prima”.