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3 voti in 3 giorni: Brexit verso il rinvio

L’agenda parlamentare è stata fissata: il 26 febbraio scorso, la premier britannica Theresa May ha annunciato alla Camera dei Comuni che, qualora martedì 12 marzo il Parlamento non approvasse il suo accordo con Bruxelles, già bocciato in precedenza, il giorno successivo verrà chiamato a votare sull’ipotesi di un ‘no-deal’. Se anche tale mozione cadesse in aula, il 14 marzo si terrà un terzo voto sulla possibilità di chiedere all’Unione Europea una “proroga breve e limitata”, rinviando quindi l’uscita prevista per il 29 marzo.

Questa ipotesi ha suscitato ampio ottimismo nei mercati valutari, come dimostrato dalla rimonta della sterlina: la moneta britannica è volata ai massimi sull’euro da 10 mesi a questa parte, mostrando come gli operatori economici guardino con favore a un ipotetico rinvio, che si rivela sempre più probabile al fine di scongiurare il caos di una Brexit senza accordo.

Infatti, come hanno affermato il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, e la cancelliera tedesca Angela Merkel, Francia e Germania sarebbero disponibili a concedere più tempo alla Gran Bretagna. In seguito ad un incontro tra i due leader all’Eliseo, entrambi hanno affermato: “L’accordo di ritiro della Gran Bretagna dall’Unione Europea non può essere rinegoziato”; tuttavia, “se i britannici vogliono più tempo, si potrebbe esaminare una richiesta di proroga”. Il punto su cui ha principalmente richiamato l’attenzione la Cancelliera è stata la necessità pressante di ottenere “un’uscita ordinata dall’UE”.

A rafforzare l’ipotesi dello slittamento del divorzio contribuiscono anche le decisioni della Camera dei Comuni: un emendamento presentato dal leader del Partito Laburista, Jeremy Corbyn, che, alla ricerca di una ‘soft Brexit’, aveva proposto un’unione doganale con l’UE dopo la separazione, è stato bocciato con 323 voti contrari e 240 favorevoli. Stessa sorte è toccata all’emendamento proposto dagli indipendentisti del Partito Nazionale Scozzese (SNP), che richiedevano l’esclusione, in qualsiasi caso, dell’ipotesi di ‘no-deal’. È stato invece approvato, con 502 voti favorevoli e solo 20 contrari, l’emendamento presentato dalla laburista Yvette Cooper, che ha imposto al Governo di chiedere un’estensione dell’articolo 50 qualora un accordo con l’UE non sia raggiunto entro il 13 di marzo.

Non si parla però soltanto di rinvio. Corbyn ha affermato che sosterrà un ulteriore emendamento affinchè si tenga un secondo referendum sull’uscita dall’Unione, per “evitare una dannosa Brexit targata Tory”. Assolutamente contraria a questo scenario si è dichiarata May: per la prima ministra, tale decisione significherebbe il mancato rispetto della volontà popolare espressa con il referendum del 23 giugno 2016.

Theresa May continua a favorire il rispetto della data della separazione, fissata al 29 marzo, anche perchè, se il rinvio si spostasse oltre giugno, il Regno Unito si vedrebbe costretto a partecipare alle elezioni europee e, a quel punto: “Che messaggio daremmo ai 17 milioni di cittadini che hanno votato per lasciare l’UE?”.

Proprio questo è uno degli aspetti che sono stati analizzati da Fabian Zuleeg, capo economista dell’European Policy Centre (EPC), un think tank con sede a Bruxelles, e dall’analista Larissa Brunner (Estendere l’articolo 50: un passo eccessivo per l’UE?, 26 febbraio 2019). La loro analisi sostiene che per l’Unione Europea sarebbe un errore concedere alla Gran Bretagna un rinvio eccessivamente esteso: la partecipazione del Regno Unito alle elezioni europee di maggio potrebbe materializzarsi in un “ulteriore aumento degli eurodeputati euroscettici”, già in crescita secondo certi sondaggi, e potrebbe avere conseguenze sfavorevoli sugli equilibri di potere interni al Parlamento Europeo.

Inoltre, le elezioni europee si configurerebbero come un “quasi referendum sul rapporto del Regno Unito con l’UE”. Se, infatti, l’estensione si prolungasse “fino al” o  addirittura “all’interno del prossimo Quadro finanziario pluriennale (2021-27)”, Londra dovrebbe contribuire ancora al bilancio UE.

Questa situazione potrebbe essere foriera di problemi interni nel Regno Unito. Negare una lunga proroga, peraltro, darebbe all’UE e alla stessa Theresa May “una leva per premere per raggiungere un accordo adesso”, dato che, senza un prolungamento, per i parlamentari britannici si aprirebbe una scelta binaria: “un accordo, o un’uscita caotica senza accordo”.

Infine, la concessione di una proroga farebbe apparire l’UE come disperatamente alla ricerca di un modo di evitare il ‘no-deal’, che si tradurrebbe in “un regalo ai Brexiteers”, ossia ai sostenitori della Brexit.

L’UE, qualora conceda un rinvio più lungo, dovrà quindi accettarne le conseguenze: potrebbe persino aumentare la probabilità di un’uscita senza accordo. Se, quindi, resta improbabile che la Brexit non avvenga affatto, Zuleeg e Brunner si interrogano: “ne vale veramente la pena?”.

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