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Africa, ancora terra di colonialismo? Dal Novecento ad oggi, i rapporti di forza nel continente sono cambiati

Tutti noi, studiando le vicende della storia contemporanea, abbiamo affrontato l’epoca del colonialismo moderno e le lotte di spartizione per l’Africa tra Francia e Inghilterra e, in misura minore, tra Germania, Paesi Bassi, Italia, Portogallo, Spagna e Belgio. Oggi, a distanza di decenni, il fenomeno riaffiora nella cronaca assumendo vesti nuove come nel caso del cosiddetto ‘neo-colonialismo francese’; tuttavia, alcuni potrebbero domandarsi se sia in effetti possibile parlare di colonialismo e in che misura le vecchie potenze coloniali esercitino ancora un’influenza sul continente africano.

Agli albori del fenomeno coloniale, nel XVI secolo, l’Africa rappresentava un importante snodo marittimo per portoghesi, inglesi, francesi e olandesi. In questo periodo iniziò la tratta degli schiavi africani che, in circa due secoli, portò al rastrellamento di 11 milioni di africani dalle proprie tribù, per essere venduti come schiavi, soprattutto oltreoceano, nei territori statunitensi.

A partire dal XIX secolo, il colonialismo basato sulla tratta degli schiavi lasciò il posto al colonialismo commerciale, meglio noto come imperialismo: una fase storica in cui quasi ogni Paese europeo prese parte a una vera e propria ‘corsa alle colonie’, inviando contingenti militari per occupare i territori dell’entroterra, formalmente non ancora occupati da nessuno e abitati da poche tribù. Le popolazioni autoctone si ritrovarono sottomesse all’impianto politico ed economico creato dai colonizzatori europei, in particolare da Francia e Inghilterra. In questo modo, la maggioranza della popolazione locale fu esclusa dalle decisioni politiche e si ritrovò impoverita sia in termini economici sia culturali.

Oggi, tanti Paesi africani risentono ancora degli strascichi lasciati dal colonialismo europeo. Esso si ripropone sotto forma di nuovi accordi commerciali, come quelli relativi alla creazione di Zone economiche speciali e Zone economiche di trasformazione. Si tratta di convenzioni che dovrebbero consentire ai Paesi europei di concentrare il proprio intervento alle zone franche costituite nei territori africani e che, secondo il commissario tedesco per l’Africa Günter Nooke, “aiuterebbero il libero sviluppo di queste aree, consentendo crescita e prosperità e, di conseguenza, ridurrebbero il fascino dell’Europa come meta di migrazione”.

Rispetto al passato inoltre, oggi nel continente africano è diventata sempre più forte l’influenza cinese, sia in termini economici sia politici. Secondo Ngarlem Tolde, economista ciadiano, il ruolo della Cina è stato per lungo tempo ignorato e ora si sta lentamente rivelando, come dimostrato alla fine del 2018 dall’incontro a Pechino tra il presidente Xi Jinping e decine di capi di Stato africani. In quell’occasione, la Cina si è impegnata a destinare 60 miliardi di dollari per lo sviluppo africano: un aiuto economico che ha in sé un retrogusto di clientelismo. Grazie a questi aiuti infatti, la Cina, da una parte, mette in atto un modello di capitalismo autoritario che ha sollevato milioni di persone dalla povertà, dall’altra, stringe i Paesi africani nella morsa del debito, rendendoli dipendenti dalla potenza asiatica.

Negli anni, insomma, il colonialismo ha cambiato forma e bandiera e, se lo scramble for Africa tra Francia e Inghilterra sembra ormai lontano, oggi assistiamo a una nuova corsa al colonialismo da parte della Cina, divenuta così influente proprio perché l’Europa non ha saputo stringere negli anni rapporti equi e duraturi con il continente africano.