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Dal Bangladesh al Myanmar: il rimpatrio dei Rohingya Nuovi timori per la minoranza più “friendless” del mondo

L’inizio del processo di rimpatrio dei circa 700.000 profughi di etnia rohingya arrivati in Bangladesh dal Myanmar nell’agosto del 2017, è iniziato il 15 novembre, come anticipato dal ministro birmano degli Affari sociali Win Myat Aye. L’accordo tra Bangladesh e Myanmar era stato siglato lo scorso dicembre.

Sebbene non se ne conoscano i criteri di compilazione, è stata formulata dal governo bengalese, senza il coinvolgimento dell’UNHCR, una lista di nominativi dei primi 2.200 rohingya che, a gruppi di 150 al giorno, verranno trasferiti dal campo Cox’s Bazar al campo di transito di Hla Phone Khaung, nello Stato Rakhine, dal quale dovrebbero in seguito essere ricollocati nei propri villaggi d’origine. A dispetto della paventata costruzione di nuovi “villaggi moderni, attivisti e rifugiati non sembrano affatto rassicurati, dato che molti dei villaggi originali sono stati rasi al suolo durante le razzie e le terre confiscate ai rohingya sono state date ai buddhisti locali.

Inoltre, poiché i nominativi non sono stati resi pubblici, risulta impossibile per gli attivisti verificare che i rifugiati rientrino in patria su base volontaria, condizione fondamentale per non incorrere nella violazione del principio di non-refoulement, per cui un rifugiato non può essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate.

Lo scorso giugno, per di più, il Myanmar ha firmato un memorandum d’intesa con le NU, stipulante una serie di condizioni per far sì che il rimpatrio avvenisse sotto garanzia di sicurezza e concedendo un canale per ottenere la cittadinanza. Ciononostante, la rapporteur per i diritti umani dell’ONU in Myanmar, Yanghee Lee, ha affermato di non aver riscontrato l’evidenza di un ambiente in cui sussistono le condizioni necessarie affinché i rohingya possano tornare senza pericolo e vedere garantiti i propri diritti.

Piuttosto che tornare in Myanmar, dove temono di esser nuovamente vittime di violenze, stupri e persecuzioni, alcuni rohingya hanno provato a fuggire via mare, verso la Malesia, pagando ingenti cifre per salire a bordo di barconi gestiti da trafficanti. Secondo il Guardian, con l’inizio dei rimpatri, alcuni rifugiati hanno persino tentato il suicidio.

La ragione alle spalle di quello che pare un rimpatrio affrettato andrebbe individuata nelle elezioni nazionali bengalesi di fine dicembre. Il quasi milione di rifugiati nel campo Cox’s Bazar è politicamente scomodo, data la situazione di povertà e scarsità di risorse in cui versa il Paese. Ancora una volta, dunque, i rohingya si confermano essere la minoranza più “friendless” del mondo.

 

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