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Cina e Vaticano si accordano sulla nomina dei vescovi “Un accordo pastorale e non politico”

L’accordo siglato il 22 settembre a Pechino dal sottosegretario per i rapporti della Santa Sede con gli Stati Antoine Camilleri e dal viceministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese Wang Chao arriva dopo lunghe trattative iniziate con Papa Giovanni Paolo II. Sebbene provvisorio, poiché aperto a revisioni durante il periodo di applicazione sperimentale, esso segna un importante riavvicinamento tra i due Paesi, che dal 1951 non hanno più avuto rapporti ufficiali.

La Cina è ufficialmente atea, ma tramite l’art. 36 della Costituzione permette l’esistenza di diverse fedi religiose sotto la supervisione dell’Ufficio Statale per gli Affari Religiosi. Ciò ha comportato, finora, che la nomina dei vescovi cinesi spettasse all’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi, controllata dallo Stato, e non al Vaticano, come nel resto del mondo. Pertanto tali vescovi hanno ricevuto la scomunica ufficiale dal Papa e, contemporaneamente, quelli legittimamente nominati dalla Santa Sede, ma non riconosciuti dall’Associazione Patriottica, sono stati ritenuti ‘clandestini’. L’accordo mira alla risoluzione della controversia, prevedendo da parte della Cina il riconoscimento di Papa Francesco come capo della Chiesa Cattolica Cinese con ultima parola sulle nomine vescovili e, da parte del Vaticano, il riconoscimento dei 7 vescovi cinesi attualmente scomunicati.

Le comunità cattoliche di USA e Hong Kong hanno accusato il Vaticano di “svendita” alla Cina, sottolineando che l’accordo dovrebbe, in primis, essere fondato sulla “tutela della libertà religiosa e sulla fine delle persecuzioni religiose”, in riferimento soprattutto alle recenti vicende riguardanti l’etnia uigura. Secondo l’analisi di The Diplomat, se la Santa Sede accettasse un accordo diplomatico con Pechino senza in cambio un concreto impegno a porre fine alle suddette persecuzioni, subite anche dalla Chiesa Cattolica Clandestina Cinese, perderebbe autorità morale e fiducia in tutto l’est asiatico.

L’accordo viene poi visto con allarme da Taiwan.

L’ambasciata taiwanese a Città del Vaticano è l’unica presente in Europa e, nonostante non ci sia un nunzio apostolico nell’isola, il Vaticano riconosce ufficialmente la Repubblica di Cina dal 1942: perdere tale alleato renderebbe Taiwan sempre più diplomaticamente isolata.

Infine, l’accordo rafforzerebbe il soft power cinese in un periodo di forte pressione internazionale e amplierebbe il numero dei fedeli in Asia, un esempio di cooperazione win-win che si accorderebbe alle aspirazioni di due grandi potenze: Cina (1,4 miliardi di abitanti) e Chiesa (1,3 miliardi di battezzati al mondo).

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