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Cina-Italia: dalle imprese ai titoli di Stato La missione della delegazione italiana guidata dal ministro Tria e dal sottosegretario Geraci

Dopo la costituzione della Task Force Cina ad opera del MISE, si è svolta dal 27 agosto al 2 settembre la missione del governo italiano in Cina, guidata dal ministro dell’Economia Tria e dal sottosegretario Geraci.

L’obiettivo dichiarato è stato quello di incrementare l’interscambio commerciale, gli investimenti greenfield e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, soprattutto le piccole e medie imprese, sostenendo il Made in Italy e posizionando l’Italia al centro dei grandi progetti cinesi: la Belt and Road Initiative, per cui focali sarebbero il coinvolgimento del porto di Trieste e la cooperazione sino-italiana in Africa volta, tra l’altro, a risolvere il problema dell’immigrazione, ed il Made in China 2025.

In questo contesto rientrano dunque il doppio accordo di Cassa Depositi e Prestiti con Intesa Sanpaolo e con Bank of China; il memorandum siglato tra Fincantieri e China State Shipbuilding Corporation , il maggiore conglomerato cantieristico cinese, ed il memorandum tra Snam e State Grid International Development , azienda controllata al 100% da State Grid Corporation of China, la più grande utility energetica al mondo. Infine, Bankitalia ha annunciato la costituzione di un portafoglio in renminbi, la valuta cinese, per l’acquisto di titoli di Stato cinesi.

L’imminente fine del programma di quantitative easing da parte della Banca Centrale Europea ha inoltre determinato un maggiore interesse per la missione italiana in Cina.

Sebbene Tria abbia smentito che l’obiettivo della trasferta italiana sia individuare compratori per il debito pubblico, il fatto che il suo primo viaggio all’estero sia stato verso Pechino e non verso Parigi o Berlino, come da tradizione, sembrerebbe implicare il contrario. Tuttavia, nulla è scontato. Nel 2015, si potrebbe ricordare, Varoufakis offrì disperatamente al colosso cinese Cosco Shipping il porto del Pireo, le ferrovie elleniche, la costituzione di un parco industriale a regime fiscale agevolato per investimenti diretti esteri e joint venture industriali, in cambio dell’acquisto cinese di 1,5 miliardi di buoni del tesoro greci e di altri 10 miliardi in obbligazioni. Il patto non andò mai in porto, a causa di una telefonata arrivata a Pechino da Berlino, con la raccomandazione di non concludere accordi con i greci prima che la UE avesse concluso il proprio. La Cina potrebbe dunque ritrarsi davanti al rischio di finire al centro di polemiche internazionali, con annesse accuse di interferenze indebite.

C’è inoltre chi teme un eventuale trappola del debito per l’Italia, sorte toccata a Sri Lanka, Gibuti, Laos, Kirghizistan, Pakistan e Montenegro. La strategia cinese vede gli investitori passare dalla posizione giuridica di creditore garantito a quella di azionista, negoziando la conversione del proprio credito in quote di controllo delle infrastrutture e diventando così azionisti unici per garantirsi, attraverso un contratto di leasing, l’utilizzo esclusivo. La Cina, quindi, non richiede condizioni e interventi che interferiscano con la politica interna dei singoli Stati, come avveniva per il celebre Washington Consensus, ma, in assenza di qualunque aggiustamento strutturale, sul lungo periodo i Paesi indebitati vedono crescere costantemente il proprio debito e la loro dipendenza economica e politica da Pechino.

Infine, resta ambigua la posizione dell’Italia con gli USA: neanche un mese fa il presidente del Consiglio Conte era alla Casa Bianca a ribadire l’alleanza con Trump, nemico commerciale di Xi Jinping.<