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Presenza cinese a Vanuatu Uno spunto di riflessione sulle strategie d'influenza della Repubblica Popolare Cinese

Il 10 aprile la Fairfax Media ha riferito di un approccio informale da parte della Cina a Vanuatu, l’arcipelago di ottanta isole situato tra le isole Fiji e la Nuova Caledonia, col fine di stabilirvi una presenza navale e militare. La notizia ha destato grande allerta per l’Australia, distante solo 1200 miglia dall’arcipelago ed impegnata, dal 1945, a scongiurare qualunque tentativo di militarizzazione nel Sud Pacifico, ma è stata prontamente smentita dalle autorità cinesi e dal governo di Vanuatu.

Di fatto, l’approccio informale a Vanuatu si sarebbe aggiunto a quelli che la Cina ha rivolto al Timor-Est, alle Isole Azzorre (Portogallo), alla Baia di Walvis in Namibia, alla città di Gwadar in Pakistan ed infine al Djibouti, dove lo scorso luglio è stata formalmente stabilita l’unica base militare d’oltremare cinese. Si tratta di Paesi che ricercano garanzie cinesi per la propria sicurezza, come il Pakistan, che hanno bisogno di investimenti in loco, o ancora che rispondono col partenariato cinese alla riduzione delle spese statunitensi, come avvenuto nelle Azzorre. Con questa strategia Pechino mirerebbe non solo a proteggere le linee di comunicazione marittima nel Golfo Persico e nel Sudest asiatico, ma anche a garantire la sicurezza delle vie di scambio commerciale coinvolte nel progetto One Belt One Road (OBOR).

Un’eventuale base a Vanuatu non rientrerebbe però in questi scopi, bensì si potrebbe giustificare con la protezione dei connazionali cinesi che vivono e gestiscono business nel Pacifico, negli ultimi anni vittime di rivolte locali. Inoltre, secondo quanto riportato dal sito news.com.au, la Cina starebbe portando avanti una “strategia di trappola del debito”: mirerebbe cioè a Paesi poveri da intrappolare in debiti impossibili da ripagare, che le permetterebbero di rispondere occupando territori e creandovi strutture funzionali ai propri interessi. Si spiegherebbe così quanto avvenuto in Sri Lanka, Tajikistan, Kyrgystan, Laos e Djibouti. Non è dunque sorprendente che la Cina sia responsabile di metà del debito estero dell’arcipelago di Vanuatu, a cui ha fornito 243 milioni di dollari in prestiti e finanziamenti a fondo perduto dal 2006 al giugno 2016.

Dal 2002 al 2012, la Cina ha inoltre promosso 30 progetti in diversi Paesi insulari del Pacifico, comprendenti la costruzione di palazzi governativi, infrastrutture stradali e stazioni di energia idroelettrica.

Un’eventuale base cinese a Vanuatu non rappresenterebbe quindi soltanto una crescente ambizione militare di Pechino, ma anche una possibile alterazione del delicato equilibrio di potere nel Pacifico meridionale.