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La Russia nell’Artico Gli interesse del Cremlino nella regione e lo sguardo ad Est

 

Nel maggio 2017 il think tank SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) ha pubblicato un paper nel quale descrive la strategia russa nella regione artica, facendo emergere i cambiamenti in corso in quest’area, sia da un punto di vista economico sia geopolitico.

Per la Russia la zona artica è da sempre stata di grande interesse per lo sviluppo energetico e  per le rotte commerciali marittime. La produzione energetica russa trova il suo mercato principale in Europa e le risorse energetiche proveniente dall’Artico non si discostano da questa tendenza; anche qui la Russia opera in partnership con aziende europee o statunitensi, ma alcune sfide economiche e geopolitiche recenti, come ad esempio la crisi interna al Paese, hanno messo a repentaglio tali collaborazioni e hanno sottolineato la necessità per Mosca di diversificare la propria strategia.

L’economia russa è fortemente dipendente dalle esportazioni di gas e petrolio, ricavando da esse almeno il 50% del budget federale. Tale dipendenza ha fatto sì che la produzione intensiva di energia finisse per esaurire i giacimenti tradizionali presenti nella Siberia occidentale, obbligando così a spostare la geografia della produzione verso nuove regioni, incluso l’Artico. Si ritiene che il 90% del gas polare e più del 45% del petrolio polare sia concentrato nel settore russo della piattaforma artica. Nonostante la Russia possa vantare una considerevole esperienza nello sviluppo di risorse energetiche nelle regioni continentali, per i progetti offshore le compagnie di Stato Gazprom e Rosneft non posseggono l’esperienza necessaria. 

La piattaforma artica è largamente inesplorata e, a causa dell’incapacità di esplorazione, degli alti costi di investimento nella regione e dell’impossibilità di ottenere un ritorno economico immediato, Gazprom e Rosneft, le uniche aziende ad aver accesso all’Artico, hanno cercato il coinvolgimento di investitori stranieri occidentali. La maggior parte delle collaborazioni createsi è tuttavia fallita a causa della situazione di stallo nei mercati energetici mondiali e soprattutto per via delle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Unione Europea alla Russia, a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014, che hanno impedito il trasferimento delle tecnologie e limitato i finanziamenti necessari per lo sfruttamento delle piattaforme.

La Russia ha dunque ripreso a guardarsi attorno, alla ricerca di nuovi investitori in grado di sviluppare l’insieme delle rotte commerciali artiche (denominato Northern Sea Route) per rendere possibile la ricerca e l’estrazione delle risorse energetiche polari.

In questo scenario si è inserita la Cina, la quale, cercando di far valere il proprio ruolo di stakeholder nella regione artica, ha stretto accordi bilaterali con i Paesi nordici e si è messa al tavolo delle trattative con la Russia. Il rapporto tra i due Paesi risulta però complicato.

La Cina non sembra infatti voler concedere troppo margine decisionale al Cremlino; facendo valere la propria voce all’interno del Consiglio dell’Artico, come Paese osservatore, non essendo direttamente collegato all’Artico, Pechino intende promuovere la propria governance nella regione, mantenendo intatti i propri interessi. Questo scenario in continua evoluzione vedrà un punto di svolta solamente quando i due Paesi troveranno accordi reali e la cooperazione sarà maggiormente intensificata.