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Questioni di onore in Cecenia – Parte 2 Mosca si muove lentamente e centinaia di persone restano in pericolo

 

Il giornale indipendente russo Novaya Gazeta ad inizio aprile rivelò l’esistenza di una campagna di persecuzione condotta dalle autorità cecene contro uomini gay, caratterizzata  da arresti ed omicidi, fonte di polemiche ed indignazione.

La reazione alla vicenda del leader ceceno Ramzan Kadyrov, il quale smentiva qualunque arresto o uccisione, e quella del suo portavoce Alvi Karimov, che negava l’esistenza di omosessuali in Cecenia, hanno perso di credibilità il 4 aprile.

In tale data, la stessa Novaya Gazeta ha rilasciato delle testimonianze di uomini sopravvissuti a torture ed abusi in quelli che vengono definiti come dei veri e propri campi di concentramento. Uno dei testimoni paragona l’ex base militare di Argun ad un campo nazista, con torture ed interrogazioni svolte da militari ceceni per scoprire i nomi di altri uomini omosessuali, tramite elettroshock e pestaggi.

Secondo Novaya Gazeta anche lo speaker del Parlamento, Magomed Daudov, era presente durante alcune interrogazioni e trasferimenti dei prigionieri del campo.

L’OCSE ha sostenuto che la Russia ha il dovere di indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani. Per ora, però, il Cremlino non è intervenuto sulla questione, lasciandola nelle mani delle autorità investigative e fuori dalla sua agenda.

Il 14 aprile Novaya Gazeta ha chiesto direttamente l’aiuto del Cremlino per proteggere i propri giornalisti da diverse minacce ricevute da alcuni membri del clero ceceno, il quale ha accusato il giornale di essere pagato per affermare l’esistenza di una persecuzione contro uomini gay in un territorio a maggioranza musulmana. La situazione resta difficile, nonostante gli investigatori russi abbiano iniziato a muoversi, anche sotto la pressione del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, ONG che si occupa dei diritti dei reporter. Il Cremlino afferma, infatti, di non aver ricevuto alcuna denuncia rispetto a violazioni dei diritti della minoranza omosessuale.

Secondo Tanya Lokshina, portavoce di Human Rights Watch, il problema risiede perlopiù nella cultura della paura e dell’omofobia che impera nel Paese e che impedisce a molte persone di farsi avanti, rivelando la propria identità e denunciare casi di abusi. Senza una valida protezione di vittime e testimoni, infatti, si mette a rischio l’esistenza di un’investigazione efficace.